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mercoledì, settembre 06, 2006

“Il progetto liste civiche più che mai attuale in Veneto”

COMUNICATO STAMPA

Interviene il Consigliere Regionale Marco Zabotti (lista civica Per il Veneto con Carraro)
“massimo carraro risorsa preziosa per la politica veneta”

“A Massimo Carraro il centro-sinistra della nostra regione deve innanzitutto rispetto e gratitudine per il servizio svolto in questi anni nelle istituzioni, dapprima al Parlamento Europeo e poi come Consigliere Regionale del Veneto.

A qualche “vip” della coalizione, infatti, nelle dichiarazioni rese in questi giorni a commento delle sue dimissioni dall’Assemblea Veneta, sembra sfuggire il senso e la portata dell’impegno realizzato da Massimo Carraro in particolare con la sua candidatura alla presidenza del Veneto alle regionali 2005, nelle quali l’imprenditore padovano raggiunse un traguardo di consensi molto significativo, 42 % in termini elettorali, il più alto registrato finora.

Sembra in verità esistere quasi una corsa a rimuovere questo dato, a chiudere in fretta una parentesi, ad evitare una riflessione approfondita sulla situazione della coalizione in Veneto e sulle difficoltà di una strategia politica complessiva, ragioni che hanno avuto un peso rilevante nella scelta finale di Carraro di lasciare Palazzo Ferro-Fini.

In questo contesto sottolineo come il collega Bettin abbia messo in luce – anche come fattore di espansione elettorale dell’Unione – un elemento che aveva segnato in maniera originale la coalizione “Uniti per Carraro” alle Regionali 2005, ossia la presenza di una lista civica direttamente collegata al candidato presidente, “Per il Veneto con Carraro”, capace di raccogliere sul campo un lusinghiero consenso (quasi 110.000 voti e 4,6%) e di garantire allora l’elezione di due consiglieri.

E se ricordiamo oggi l’articolazione ampia di quella coalizione, la capacità di coinvolgimento di realtà e soggetti esterni ai partiti, la fiducia, il coraggio e l’entusiasmo che segnarono l’impresa di Carraro, con una determinazione e voglia di vittoria lontane mille miglia dallo “sconfittismo” di vari altri momenti elettorali, è per sottolineare la necessità che Massimo Carraro sia considerato per il futuro una risorsa preziosa per la politica veneta, una personalità di riferimento capace di interloquire con i mondi vitali della società e dell’economia, delle amministrazioni locali e dell’associazionismo, ambiti che avevano risposto positivamente alla sua candidatura alla guida del governo del Veneto.

Quella sfida non si è conclusa, anzi rimane più che mai attuale.
E se ora Carraro rivendica giustamente la libertà di tornare a fare politica nella società civile per una nuova progettualità ispirata a valori e passione civile, la lista civica “Per il Veneto con Carraro” continuerà la sua presenza nell’istituzione regionale per testimoniare la fedeltà a quell’esperienza e per significare la validità e vitalità per l’oggi di quella scelta innovativa, attuata e difesa con coerenza ben oltre visioni e schemi politici spesso scontati e datati.

Di sicuro sarà consolidato il lavoro sin qui svolto dai civici veneti, anche in vista delle prossime scadenze elettorali amministrative: in questi quindici mesi, infatti, il gruppo regionale “Per il Veneto con Carraro” ha operato in stretta sintonia con la Rete Civica Veneta, che può contare su una vasta rete di amministratori locali e di persone di riferimento, su un coordinamento regionale e sull’attività di cinque associazioni provinciali costituitesi ufficialmente nell’ultimo anno a Vicenza, Venezia, Treviso, Padova e Verona.

Il progetto civico, dunque, continuerà in Veneto per rafforzare l’intuizione di Massimo Carraro, con l’impegno di poter contribuire al rinnovamento della politica valorizzando innanzitutto le persone e il territorio, con l’attenzione ai temi fondamentali della qualità della vita. A fianco dei partiti, certo, non in contrapposizione ad essi, offrendo e chiedendo al tempo stesso alla coalizione rispetto e dialogo, confronto e collaborazione, avendo trovato nel corpo vivo dell’elettorato della nostra regione la forza e la legittimazione del consenso per servire valori e programmi nell’interesse del Veneto”.

Marco Zabotti

Capogruppo lista civica “Per il Veneto con Carraro”

martedì, settembre 05, 2006

Il male oscuro del Nordest

L’OSSERVATORIO DEL NORDEST
Il male oscuro del Nordest (Gazzettino) di Ilvo Diamanti
Il Nordest e, in particolare, i veneti non hanno fiducia nello Stato. Magari non pensano che Roma, il governo, la burocrazia, siano il "kankaro d'Italia", come recita una tradizionale invettiva popolare, rilanciata dalla Liga Veneta oltre vent'anni fa, e riprodotta, allora, un po' ovunque.
Sulle strade, sui muri, sui cavalcavia. Tuttavia, l'Osservatorio sul Nordest di Demos conferma che questa immagine trova ancora largo credito, fra i cittadini. Appare, infatti, largamente condivisa. In Veneto e in Friuli Venezia Giulia. Soprattutto fra le casalinghe, i pensionati, fra i lavoratori autonomi, fra gli elettori di centrodestra, il distacco risulta ampio. Tuttavia, risulta sensibile anche fra gli altri settori della società. Ad esempio, più di metà degli elettori di centrosinistra ritengono che il Nordest dia molto più di quel che gli viene restituito, dallo Stato.
Meno del 10% dei cittadini, inoltre, senza alcuna differenza di orientamento politico, ritiene che, nell'ultimo anno, l'attenzione dello Stato nei confronti della loro Regione sia cresciuta. Nonostante le elezioni politiche abbiano determinato un cambio di maggioranza e di governo. Anche durante gli anni del secondo governo Berlusconi, d'altra parte, l'atteggiamento dei cittadini del Nordest esprimeva la sfiducia nei confronti delle istituzioni dello Stato e di Roma. Ciò significa che il retroterra politico conta, in questo orientamento, ma non in misura determinante. Il Veneto, in particolare, è ormai diventato la regione più a destra d'Italia. Tale si è confermata nelle consultazioni elettorali degli ultimi due anni. Ma, nonostante l'andamento contrastante del voto, il suo atteggiamento non è cambiato. E' insoddisfatta dello Stato oggi, che, politicamente, sta all'opposizione. Ma lo era anche ieri, quando stava al governo. Quando, cioè, c'era coerenza tra il colore politico del governo regionale e nazionale. La ragione di questa insoddisfazione, dunque, ha spiegazioni diverse. Più profonde.
La politica le riflette e le rende visibili, ma da sola non riesce a spiegare tanto distacco, tanto disincanto. Il filo che legava il Nordest allo Stato, infatti, si è spezzato da tempo. Venticinque anni fa. Fino ad allora quest'area era la più "governativa" d'Italia. La "zona bianca", la principale roccaforte che garantiva i consensi alla Democrazia Cristiana, il partito che ha governato il Paese sempre, nel corso della prima Repubblica. Poi, all'improvviso, quasi senza preavviso, alle elezioni del 1983 esplose il fenomeno della Liga Veneta. Che si affermò a Belluno, Treviso, Vicenza, Padova, Verona. Annunciando quella novità politica, l'autonomismo, la protesta anticentralista, che in seguito avrebbe contagiato tutte le altre regioni del Nord, ma soprattutto la Lombardia, caratterizzando non solo l'ultimo scorcio della prima Repubblica, ma anche quel che sarebbe venuto più tardi (seconda Repubblica? Transizione? Le ipotesi e le definizioni, al proposito, sono contrastanti). La "zona bianca", da allora, divenne "verde". Il consenso lasciò posto all'insofferenza e al malessere. Senza soluzione di continuità. Fino ad oggi. Cosa c'è dietro tanta insofferenza verso lo Stato? Una miscela di elementi diversi, uno dei quali, tuttavia, ci sembra particolarmente importante. Il mancato riconoscimento dei cambiamenti avvenuti, nell'economia e nella società. La terra dei poareti, la periferia dello sviluppo economico e del potere politico, l'area che sta a Nord di Roma e ad Est di Torino: è cambiata. E' diventata ricca, sviluppata, dinamica, globalizzata. Senza essere riconosciuta come tale. Vent'anni fa: era percepita da tutti, ancora, come il Sud del Nord. Senza, peraltro, goderne almeno i benefici. Nel senso che era considerata ancora una zona "in via di sviluppo" (alcuni dicevano: di "sotto-sviluppo"). Ma non per questo intercettava risorse pubbliche paragonabili a quelle che confluivano nel Mezzogiorno. Per cui la "protesta", espressa attraverso il voto alla Lega, aveva allora un duplice significato. Serviva a dichiarare, a gridare, che lo sviluppo si era spostato a Nordest. Ma il potere e le risorse no. Il potere: continuava a risiedere a Nordovest -quello economico- e a Roma -quello politico. Mentre le risorse pubbliche erano destinate soprattutto al Sud. Il malessere, la protesta: erano segnali, forti, che sottolineavano una estesa domanda di riconoscimento. Di riequilibrio. La periferia dello sviluppo era divenuta crocevia dell'economia europea e mondiale, soprattutto dopo la caduta del muro. Occorreva che lo Stato ne prendesse atto. Che gli italiani lo "accettassero". Occorreva, cioè, che l'immagine dell'uomo-del-nordest, mansueto e sottomesso, cambiasse. Occorreva, inoltre, che al Nordest venisse attribuito quel che gli spetta. Rappresentanza e risorse. Perché un'area sottoposta alla competizione globale deve essere competitiva, dal punto di vista territoriale: disporre di servizi, infrastrutture, peso politico. Da ciò la protesta, contro tutti i governi. Indipendentemente dal colore politico. La rivendicazione di autonomia, in-dipendenza, strade, strumenti e strutture per lo sviluppo e per l'innovazione. Una tendenza e una tensione che il tempo non ha ridimensionato. Anche perché i problemi del Nordest, invece di essere risolti, si sono amplificati.Certo, oggi il Nordest non è più sinonimo di dipendenza, arretratezza, marginalità. Al contrario: costituisce il caso esemplare dello sviluppo economico di piccola impresa. Espansivo, innovativo, propulsivo. Ed estensivo: capace, cioè, di coinvolgere una quota ampia della popolazione. Tuttavia, nel corso degli anni, il suo peso politico, in sede nazionale, non è cresciuto. Nei due ultimi governi non ha trovato posto neppure un ministro, di quest'area. Il crocevia dello sviluppo resta alla periferia del potere. Oggi, su 26 ministri, 9 sono "romani" e 4 vengono dal nordovest. Nessuno dal nordest. E' solo un segno, perché il "potere" non si misura solo in base al numero dei posti occupati nel governo. Tuttavia, questo indicatore qualcosa, comunque, significa. Significa, almeno, che "a Roma" la voce del Nordest continua a sentirsi poco. A echeggiare debole. Per questo i cittadini di quest'area gridano più forte di prima.Tuttavia, prendersela con gli altri è un'operazione terapeutica, ma non sempre efficace. Serve, talora, a mettere fra parentesi le proprie responsabilità. Il proprio male interiore. E, in qualche misura, il malessere del Nordest ha ragioni interne. L'esigenza di essere riconosciuti, riflette l'esigenza di "riconoscersi". Di guardarsi allo specchio e di scoprire che siamo cambiati profondamente. Che il nostro territorio è largamente saturo e deteriorato, che siamo invecchiati, che le nostre città non sono belle come un tempo, che i nostri legami sociali si sono usurati. Che siamo più ricchi ma anche più insoddisfatti. Che ci sentiamo "stranieri" in casa nostra, ma non solo e non tanto perché noi, popolo di emigranti, fino a ieri, oggi siamo diventati terra di immigrazione. Ma perché, spesso, i nostri vicini di casa sono "altri", di cui non conosciamo neppure il cognome. Gli "altri" imprenditori sono "concorrenti" da cui difendersi. Da tutto ciò nasce l'insoddisfazione che pervade la società del Nordest. La sua rabbia, che non trova quiete. Dalla frustrazione per non essere riconosciuta, in modo adeguato, dalla politica, dallo Stato. Dagli "altri". Dal malessere, che scava. Ogni volta che guardiamo intorno e dentro di noi. E stentiamo a riconoscerci.
Ilvo Diamanti