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mercoledì, settembre 13, 2006

Norme sulla democrazia interna dei partiti

Norme sulla democrazia interna dei partiti, sulla selezione delle candidature e sul finanziamento
2 Agosto 2002
XIV LEGISLATURACAMERA DEI DEPUTATI N. 598 PROPOSTA DI LEGGE d'iniziativa dei deputati CHIAROMONTE, GRIGNAFFINI, CENNAMO, SODA, ANGIONI,BENVENUTO, BOLOGNESI, CAPITELLI, CORDONI, GASPERONI, KESSLER,LUCIDI, LUMIA, MANCINI, MARIOTTI, OLIVIERI, PENNACCHI,PINOTTI, PISA, POLLASTRINI, QUARTIANI, ROTUNDO, SPINI,TIDEI

Norme sulla democrazia interna dei partiti, sullaselezione delle candidature e sul finanziamento
Presentata il 6 giugno 2001
XIV LEGISLATURAPROGETTO DI LEGGE - N. 598
Onorevoli Colleghi! - L'articolo 49 della Costituzione pone la questione del metodo democratico con il quale i partiti concorrono a determinare gli indirizzi della politica nazionale. La proposta di legge - che riprende in larga parte sia la proposta di legge Mancina e altri (atto Camera n. 5326, XIII legislatura), sia il disegno di legge Salvi e altri (atto Senato n. 3954, XIII legislatura), presentati nella legislatura scorsa rispettivamente alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica - si propone di dare attuazione al dettato costituzionale e di rendere democratico, appunto, il modo in cui i partiti concorrono a determinare gli indirizzi della politica nazionale. Negli anni che abbiamo alle spalle, l'attenzione e il dibattito pubblico si sono, pure se a fasi alterne, soffermati sulla crisi della politica e sulla difficoltà che i partiti incontravano nel funzionare da raccordo e da mediazione tra società e istituzioni. La stessa speranza che il passaggio a un sistema di elezione prevalentemente maggioritario producesse da sé un effetto di riordino e di rigenerazione del sistema partitico è stata in parte delusa. Infatti l'affermazione del bipolarismo - che per i cittadini e le cittadine italiani rappresenta, specie dopo l'ultima tornata elettorale, un punto di non ritorno -non ha impedito, né impedisce fenomeni di frammentazione e di degenerazione nel sistema politico. Né i risultati delle ultime consultazioni referendarie ed elettorali impediscono che permangano spinte proporzionalistiche, nonché dubbi, resistenze, incertezze sulla necessità che il nostro Paese approdi finalmente a un compiuto sistema bipolare. In questa caratteristica incompiutezza ed irresolutezza della transizione italiana si è soliti vedere un limite di natura costituzionale: l'invecchiamento della Costituzione del 1948 e l'incapacità delle forze politiche parlamentari, drammaticamente testimoniata dai ripetuti fallimenti delle apposite Commissioni bicamerali ad operare la revisione costituzionale resa necessaria dal mutamento degli assetti reali di potere. Tale diagnosi, senz'altro corretta, lascia però insondato il tema dell'inadeguatezza soggettiva dei partiti politici italiani, che si esprime anche nella mancata revisione costituzionale. La funzione dei partiti politici - contrariamente a quanto afferma la generica polemica antipartitocratica - è essenziale nell'evoluzione contemporanea delle moderne società pluraliste, purché regolata o autoregolata in forme autenticamente democratiche aperte al controllo dell'opinione pubblica se non della legge. E' quindi necessario proporre un nuovo patto tra partiti e cittadini, nel quale i partiti rinunciano a una parte del loro arbitrio, subordinandosi a regole certe e trasparenti, rendendo pubblici i loro statuti oltre che i loro bilanci. Il ragionamento sotteso è che la essenziale funzione democratica dei partiti non può essere semplicemente presunta, o peggio rivendicata con arroganza, ma richiede che i partiti siano effettivamente e autenticamente soggetti democratici. Sembra quindi che sia oggi opportuno riaprire la vexata quaestio della disciplina giuridica del partito politico, anche in considerazione del fatto che, dopo la classica discussione sul tema, quando solo la Germania aveva compiuto questa scelta con l'articolo 21 della legge fondamentale, e poi con la legge del 1967, altri Paesi europei, come la Spagna e il Portogallo, hanno deciso in questo senso.
E' ben noto che l'articolo 49 della Costituzione fa cenno alla libertà di associarsi in partiti e al "metodo democratico" della vita politica, ma non fa alcun riferimento alle forme della vita interna dei partiti. Dal dibattito che ebbe luogo in seno alla Costituente risulta che il problema fu posto, ma si scelse di non intervenire su questo aspetto, per il timore che si arrivassero a definire una indebita ingerenza e un pericoloso criterio di esclusione. Si ricordi, in particolare, l'emendamento Mortati che proponeva: "Tutti i cittadini hanno diritto di riunirsi liberamente in partiti che si uniformino al metodo democratico nell'organizzazione interna e nell'azione diretta alla determinazione della politica nazionale". Nella seduta del 22 maggio 1947, poi, l'onorevole Moro, se da una parte ribadì l'importanza di non porre limiti alle finalità perseguite dai partiti, per evitare il rischio di decisioni arbitrarie "sulla base del presunto carattere antidemocratico del loro programma", dall'altra, in accordo con Mortati, propose la costituzionalizzazione del vincolo democratico interno, sulla base della considerazione che se non vi è una base di democrazia interna, i partiti non potrebbero trasfondere un indirizzo democratico nell'ambito della vita politica del Paese.
La linea proposta dall'onorevole Moro è la stessa del Costituente spagnolo del 1978, che - pur rifacendosi in larga parte al modello della legge fondamentale di Bonn del 1949 - recepirà, nell'articolo 6, il solo vincolo interno per i partiti ("La loro struttura interna ed il loro funzionamento dovranno essere democratici"), e non il vincolo della "democraticità esterna" dei fini perseguiti, che a Bonn era stato inserito in polemica con il recente passato nazista e nel quadro anticomunista generato dalla guerra fredda. La proposta di Moro non fu tuttavia adottata dalla Costituente e il riferimento alla democrazia interna rimase assente dall'articolo 49 della Costituzione. Peraltro, non era previsto allora un finanziamento pubblico dei partiti, né qualunque controllo sui bilanci, anche per lo scambio di complicità tra chi era massicciamente finanziato dall'Unione sovietica e chi lo era, altrettanto massicciamente, dalla CIA o dai sindacati americani. La successiva sentenza della Corte costituzionale tedesca, che nel 1956 escluse dalla legalità il partito comunista, oltre a quello nazista, non fece che confermare le riserve e i timori.
Oggi le cose stanno in modo molto diverso. Anzitutto, non ci sono più partiti che non intendano darsi forme democratiche: il timore dell'esclusione ha perso ragione di esistere. Inoltre, la presenza di un finanziamento pubblico, molto contestato dall'opinione pubblica, ma insistentemente riproposto dal Parlamento (e senza dubbio con buone ragioni), mette in discussione la difesa ad oltranza della natura privatistica dell'associazione-partito. Considerazione ancora più importante, la cultura dei nostri tempi non ammette che ci siano luoghi separati e privati in cui si forma un potere che è poi destinato ad esercitarsi nelle istituzioni pubbliche.
Per cinquant'anni la discussione giuridica e politologica si è esercitata sul dilemma tra natura privata e funzione pubblica dei partiti. Due aspetti che sono ambedue contenuti nell'articolo 49 della Costituzione. Di certo, la "determinazione della politica nazionale", che è - attraverso il concorso con metodo democratico - la finalità del libero associarsi dei cittadini in partiti, è una funzione pubblica.
Essa può svolgersi in partiti non democratici? Nei termini del dibattito alla Costituente: può darsi metodo democratico nell'attività esterna dei partiti se essi non hanno una struttura democratica della loro vita interna? Ancora con altre parole: può darsi democrazia "dei" partiti senza democrazia "nei" partiti?"
Affinché i cittadini riescano davvero ad influenzare la politica nazionale, a concorrere a determinarla, occorre che le loro esigenze e le loro preferenze trovino una sede adeguata di ricezione e traduzione all'interno dei partiti. Il problema della democrazia nei partiti è, dunque, inesorabilmente insito nella formulazione dell'articolo 49 ed è comunque, prepotentemente esploso nel corso della pratica di competizione politica negli anni successivi e fino ad oggi" (G. Pasquino, articolo 49, in Commentario della Costituzione, Bologna 1992).
La presente proposta di legge si propone di rilanciare la funzione democratica dei partiti attraverso una disciplina giuridica che leghi la struttura democratica al finanziamento, senza tuttavia restringere la libertà di associazione politica prevista dall'articolo 49 della Costituzione e senza trasformare l'associazione-partito in organo dello Stato. Sviluppando quella posizione intermedia, tra l'ispirazione più privatistica e l'ispirazione più organicistica, che è riscontrabile già nell'articolo 49, essa intende non già proporre statuti-tipo, ma disciplinare "le condizioni minime del rispetto del principio del concorso e del metodo democratico", lasciando all'autonomia statutaria la definizione della struttura degli organi interni, i sistemi di elezione dei dirigenti, eccetera; ed inoltre regolamentare "quelle attività del partito che più direttamente incidono sul funzionamento delle istituzioni (...) attraverso la disciplina delle procedure interne per la scelta dei candidati" (cfr. P. Ridola, Partiti politici, in Enciclopedia del Diritto, Volume XXXII, Milano 1982).
Essa dunque non si propone di istituire un controllo sui fini dei partiti né sulla struttura sostanziale dei loro organi, ma propone un'esigenza di democrazia procedurale e di regole certe per la formazione di quella volontà politica che si esprime nell'azione esterna del partito. Con ciò non si pretende di ridefinire lo status giuridico dei partiti, ma semplicemente di legare il loro finanziamento, in ogni sua forma, ai requisiti democratici minimi così individuati. Si prevede perciò che gli statuti dei partiti siano resi pubblici secondo peculiari modalità e che il loro contenuto regolamenti gli essenziali aspetti del metodo democratico nella vita interna ai partiti. Non si tratta di una pubblicizzazione dei partiti, che sarebbe in contrasto con il diritto di associarsi liberamente che l'articolo 49 della Costituzione riconosce ai cittadini: i partiti restano infatti associazioni di diritto privato non riconosciute, ma sono tenuti, qualora intendano usufruire dei rimborsi e di ogni altra elargizione o beneficio normativi, ad adottare uno statuto conforme ai criteri legislativamente indicati.
L'altra innovazione che la proposta di legge introduce concerne la fissazione di regole per lo svolgimento di elezioni primarie. Non si tratta di obbligare partiti e coalizioni a scegliere questo metodo di selezione delle candidature, ma di incentivare, attraverso il finanziamento, tale scelta.
Infine, quella che presentiamo è una proposta di legge in sintonia con le iniziative volte a favorire la presenza femminile nella vita politica. Non solo perché tra i criteri che si indicano per gli statuti dei partiti sono previste norme volte a far sì che un sesso non prevalga sull'altro, ma perché è più facile che un sistema di selezione della classe dirigente fondato sul merito favorisca l'accesso delle donne alla politica. Negli altri ambiti della società è così. Negli altri ambiti della società, quando le regole sono chiare, sono tante le donne che vincono. Noi, con la proposta di legge, vogliamo avvicinare la politica al resto della società.
La presente proposta di legge interviene su tre profili, individuabili in base ai tre capi in cui si suddivide la legge.
Il capo I (articoli 1-3) stabilisce che i partiti devono avere statuti pubblici e ne indica i caratteri democratici che devono essere obbligatoriamente presenti.
In particolare, l'articolo 1 fa riferimento alla costituzione dei partiti politici.
L'articolo 2 riguarda tempi e modalità di approvazione e di pubblicazione dello statuto.
L'articolo 3 ha ad oggetto il contenuto minimo degli statuti per i partiti che intendono ottenere i benefìci previsti dalla legge e la ripartizione delle risorse finanziarie tra gli organi centrali del partito e le sue articolazioni territoriali, con possibilità di ricorso agli organi di garanzia.
Il capo II (articoli 4-9) disciplina la selezione della candidature, cioè la principale funzione svolta dai partiti nella loro qualità di organizzatori della democrazia, prevedendo la consultazione degli iscritti o - facoltativamente - le primarie tra gli elettori e le elettrici.
In particolare, l'articolo 4 norma le elezioni primarie assicurando piena parità agli aspiranti candidati. Per i partiti che scelgono di non promuovere le primarie è prevista la consultazione obbligatoria tra gli iscritti e iscritte, secondo modalità liberamente rimesse agli statuti dei partiti.
L'articolo 5 riguarda le modalità di svolgimento delle elezioni primarie e le condizioni per la loro validità.
L'articolo 6 ha ad oggetto la partecipazione alle elezioni primarie con particolare riferimento agli aventi diritto.
L'articolo 7 disciplina le modalità di presentazione delle candidature alle elezioni primarie.
L'articolo 8 stabilisce che gli statuti prevedano l'istituzione di un comitato di garanti che vigila sull'organizzazione e lo svolgimento delle elezioni primarie e procede alla definizione di una rosa di nomi. Prevede inoltre le modalità di costituzione dei seggi elettorali.
L'articolo 9 prevede l'applicabilità degli articoli 4, 5, 6 e 7 anche alle coalizioni che si presentano alle elezioni con propri candidati e candidate.
Il capo III (articoli 10-11), infine, interviene sul finanziamento.
L'articolo 10 introduce un incentivo per i partiti che scelgano di promuovere elezioni primarie, stabilendo un incremento del 10 per cento sulla quota di rimborso elettorale prevista dalla legge 3 giugno 1999, n. 157. Si propone, inoltre, un incremento - dal 5 al 10 per cento - della quota di finanziamento da destinare a iniziative volte alla partecipazione femminile alla politica.
L'articolo 11 riguarda la destinazione volontaria del 4 per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche, contestualmente alla dichiarazione dei redditi, ma su una scheda separata, e dunque anonima, al fine di garantire la riservatezza. Il 4 per mille viene devoluto non genericamente a tutti i partiti, ma a ciascun partito sulla base delle indicazioni pereferenziali effettuate dai contribuenti.
XIV LEGISLATURAPROGETTO DI LEGGE - N. 598Capo ISTATUTO
Art. 1.(Costituzione dei partiti politici).
1. I cittadini italiani e le persone straniere residenti in Italia possono liberamente associarsi in partiti politici ai sensi dell'articolo 49 della Costituzione.
Art. 2.(Statuto dei partiti).
1. I partiti politici approvano per atto pubblico, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, il proprio statuto, che è pubblicato, ai soli fini di pubblicità, nella Gazzetta Ufficiale. 2. Eventuali variazioni successive dello statuto sono pubblicate nella Gazzetta Ufficiale entro due mesi dalla loro approvazione. 3. La pubblicazione dello statuto ai sensi dei commi 1 e 2 è condizione per accedere a tutte le forme di finanziamento pubblico.
Art. 3.(Princìpi e criteri direttivi pergli statuti dei partiti).
1. I cittadini e le persone straniere residenti in Italia hanno diritto di chiedere l'iscrizione ad un partito politico e di avere risposta, entro tre mesi, dagli organi competenti previsti dallo statuto.
2. Lo statuto dei partiti indica:a) gli organi dirigenti, le loro competenze e le modalità della loro elezione da parte di un organo rappresentativo degli iscritti;b) le norme atte a evitare che un sesso prevalga sull'altro nella composizione degli organismi dirigenti, negli organi di garanzia, nelle candidature alle elezioni;c) la composizione e la procedura di convocazione dell'organo rappresentativo degli iscritti;d) le procedure richieste per l'approvazione degli atti che impegnano la linea politica del partito;e) le modalità di partecipazione delle minoranze alle strutture organizzative del partito, nonché alle risorse finanziarie di cui al comma 3;f) i casi e i motivi per cui può essere deciso lo scioglimento di un organo territoriale del partito, nonché le relative procedure di ricorso;g) i diritti e i doveri degli iscritti e i relativi organi di garanzia, precisando modalità che assicurino la loro indipendenza rispetto agli organi di direzione politica;h) le misure disciplinari che possono essere adottate nei confronti delle iscritte e degli iscritti, gli organi competenti ad assumerle e le procedure di ricorso da parte degli interessati;
i) le modalità di selezione delle candidature da presentare per il Parlamento europeo, il Parlamento nazionale, per i consigli regionali, provinciali e comunali, per le cariche di sindaco, di presidente della provincia e di presidente della regione, ai sensi dell'articolo 4.3. Le risorse finanziarie disponibili per l'attività politica sono ripartite in proporzione determinata tra gli organi centrali e le articolazioni territoriali del partito, garantendo il pluralismo interno e il rispetto della legge 3 giugno 1999, n. 157, come modificata dall'articolo 10 della presente legge.
Capo II SELEZIONE DELLE CANDIDATURE
Art. 4.(Elezioni primarie).
1. I partiti che intendano concorrere con la presentazione di proprie liste o candidati alle elezioni della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica o del Parlamento europeo possono promuovere elezioni primarie a scrutinio segreto tra elettori ed elettrici.
2. Gli statuti determinano i criteri per la ripartizione delle spese di organizzazione delle elezioni primarie tra le varie articolazioni territoriali.
3. Gli statuti dei partiti che organizzano le elezioni primarie assicurano piena parità di condizioni tra candidati e candidate
.4. Alle elezioni primarie si applicano le disposizioni in materia di propaganda e di spese elettorali.
5. Le spese sostenute dai candidati alle elezioni primarie non possono comunque superare il tetto di un quinto delle spese previste per la partecipazione alle elezioni di quel livello.
6. Nel caso in cui i partiti politici scelgano di non promuovere elezioni primarie, i relativi statuti prevedono forme alternative di consultazione tra iscritte e iscritti.
Art. 5.(Modalità di svolgimento delleelezioni primarie).
1. Entro il novantesimo giorno antecedente la scadenza del termine per la presentazione delle candidature, il legale rappresentante di un partito o di una coalizione di partiti può richiedere all'ufficio elettorale competente di far svolgere elezioni primarie per la selezione delle candidature alle elezioni politiche, amministrative e al Parlamento europeo.
2. L'ufficio elettorale competente stabilisce la data e le sedi in cui si svolgono le elezioni primarie, previo consenso del soggetto che ha formulato la richiesta di cui al comma 1, sentiti il prefetto e il sindaco del comune in cui si svolgono le elezioni stesse.
3. Le sedi di cui al comma 2 sono individuate tra quelle messe a disposizione dai partiti o, in mancanza, tra quelle delle amministrazioni pubbliche.
4. L'ufficio elettorale competente provvede a dare comunicazione ai cittadini della data di svolgimento delle elezioni primarie e delle sue modalità mediante affissioni pubbliche5. Le elezioni primarie si svolgono in un solo giorno, anche non festivo, compreso tra il sessantesimo e il trentesimo giorno antecedente il termine per la presentazione delle candidature di cui al comma 1.
Art. 6.(Partecipazione alle elezioni primarie).1. Hanno diritto di partecipare alla votazione nelle elezioni primarie gli elettori e le elettrici che risultano iscritti al partito che ha promosso le elezioni primarie stesse, nonché i cittadini e le cittadine che hanno destinato in favore del partito stesso il 4 per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), ai sensi dell'articolo 11. Gli statuti dei partiti prevedono i casi in cui sono ammessi a partecipare alle elezioni primarie elettori ed elettrici che abbiano fatto richiesta di iscrizione al partito medesimo, anche se non ancora accettata dagli organi competenti.
2. Gli elettori e le elettrici che non possiedono i requisiti di cui al comma 1 possono comunque partecipare alla votazione nelle elezioni primarie, qualora ne facciano espressa richiesta agli organi competenti nei diversi partiti politici, a condizione che dimostrino di non essere iscritti a nessun altro movimento o partito politico. Gli statuti dei partiti prevedono tassativamente i casi in cui può essere negata la partecipazione di tali soggetti alle elezioni primarie.3. Gli statuti dei partiti possono porre come condizione per la partecipazione alle elezioni primarie il versamento di una somma da parte dell'elettore e dell'elettrice.
Art. 7.(Modalità di presentazione delle candidature alle elezioniprimarie).
1. Gli statuti dei partiti determinano le modalità generali di presentazione delle candidature.
2. Può presentare la propria candidatura alle elezioni primarie qualsiasi elettore o elettrice che possieda i requisiti di cui all'articolo 6, comma 1, e che risulti sostenuto da una lista di presentatori aventi i requisiti richiesti dagli statuti dei rispettivi partiti.
3. Con le modalità previste dai rispettivi statuti, le candidature alle elezioni primarie possono altresì essere sostenute da una o più strutture del partito presenti sul territorio interessato dalle consultazioni elettorali.4. Per ciascuna competizione è selezionato l'aspirante candidato o candidata che riporta il numero più alto di voti, purché alle primarie abbia partecipato almeno un terzo degli aventi diritto. In caso di rinuncia, impedimento o morte dell'aspirante selezionato o selezionata subentra il primo o la prima dei non eletti.5. In caso di presunte irregolarità, gli aspiranti candidati possono presentare ricorso al comitato dei garanti di cui all'articolo 8. Tempi e modalità di presentazione dei ricorsi sono determinati dallo statuto del partito che ha promosso le elezioni primarie.6. I partiti possono rifiutare, ove previsto nei rispettivi statuti, le candidature di elettori ed elettrici che risultino condannati per reati di corruzione, concussione e appartenenza ad associazioni di stampo mafioso.Art. 8.(Comitato dei garanti e costituzione del seggioelettorale).1. Gli statuti dei partiti prevedono l'istituzione di un comitato dei garanti, che ha il compito di vigilare sull'organizzazione e sullo svolgimento delle elezioni primarie.2. Il comitato dei garanti procede alla costituzione dei seggi elettorali, che possono essere localizzati in strutture ed edifici individuati dalle amministrazioni comunali.3. Il comitato dei garanti procede, altresì, alla definizione di una rosa di nomi di candidati e di candidate che è sottoposta alle elezioni primarie, secondo criteri determinati dagli statuti. Ciascun elettore e ciascuna elettrice ha il diritto di votare per un solo candidato tra i nomi che compongono la rosa.4. Il seggio elettorale è costituito da un numero dispari di componenti designati dai partiti richiedenti, salvo il presidente che è designato dall'ufficio elettorale competente. Il seggio elettorale è competente a effettuare lo spoglio e a decidere su tutte le questioni che insorgano durante lo svolgimento delle elezioni. In caso di parità, prevale il voto del presidente5. Lo scrutinio è effettuato pubblicamente dagli scrutatori designati, una volta concluse le operazioni di voto. Gli aspiranti candidati possono assistere allo scrutinio o nominare un proprio rappresentante.6. I risultati dello spoglio vengono trasmessi senza indugio all'ufficio elettorale competente insieme a una relazione del presidente del seggio circa la regolarità delle operazioni elettorali.7. L'ufficio elettorale competente decide in maniera definitiva su ogni ricorso relativo al regolare svolgimento delle elezioni primarie.Art. 9.(Norme sulle coalizioni).1. Gli articoli 4, 5, 6 e 7 si applicano anche alle coalizioni di partiti e movimenti politici che si presentano alle elezioni con propri candidati e candidate.2. Al fine di cui al comma 1 i partiti della coalizione adottano un apposito regolamento.Capo III.FINANZIAMENTO
Art. 10.(Modifica all'articolo 3 della legge 3 giugno 1999, n.157, e incentivi per le primarie).1. I partiti che scelgono di promuovere elezioni primarie hanno diritto a una maggiorazione del 10 per cento sulla quota di rimborso elettorale previsto dalla legge 3 giugno 1999, n. 157, come modificata dal presente articolo.2. Il comma 1 dell'articolo 3 della legge 3 giugno 1999, n. 157, è sostituito dal seguente:"1. Ogni partito o movimento politico destina una quota pari al 10 per cento dei rimborsi ricevuti per ciascuno dei fondi di cui ai commi 1 e 5 dell'articolo 1 ad iniziative volte alla partecipazione attiva delle donne alla politica".
Art. 11.(Finanziamento diretto dello Stato commisurato alle liberee volontarie indicazioni dei cittadini). 1. A decorrere dall'anno finanziario in corso alla data di entrata in vigore della presente legge, ciascun contribuente, contestualmente alla dichiarazione annuale dei redditi, può destinare il 4 per mille dell'IRPEF ai partiti che hanno ricevuto il rimborso delle spese elettorali per le ultime elezioni della Camera dei deputati ai sensi della legge 3 giugno 1999, n. 157, come modificata dalla presente legge.2.
La destinazione volontaria del 4 per mille avviene contestualmente alla dichiarazione dei redditi, su una scheda separata e anonima, al fine di garantire il rispetto della riservatezza. La scheda contiene l'elenco dei partiti aventi diritto, ai sensi del comma
1. Il contribuente indica sulla scheda il partito cui intende destinare la quota dell'imposta.
3. L'importo versato ai sensi del comma 2 è devoluto ai singoli partiti in misura corrispondente alle indicazioni preferenziali effettuate dai contribuenti.
4. Con regolamento da adottare con decreto del Ministro delle finanze, entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, ai sensi dell'articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, sono stabiliti i criteri, i termini e le modalità per l'attuazione del presente articolo, assicurando la semplificazione degli adempimenti a carico dei contribuenti e il rispetto della loro riservatezza. Il regolamento detta altresì le necessarie disposizioni tecniche relative alla predisposizione della scheda di cui al comma 2.5. Il regolamento di cui al comma 4 è adottato previo parere delle competenti Commissioni parlamentari, che si esprimono entro venti giorni dalla trasmissione al Parlamento del relativo schema.

venerdì, settembre 08, 2006

La mia teoria liberale della lotta di classe

Politica (1998) Luigi De Marchi

La mia teoria liberale della lotta di classe

Ho ricevuto in questi giorni da un giovane ricercatore dell’Università di Bologna, Guglielmo Piombini, un bel saggio intitolato " Verso una teoria liberale della lotta di classe" che sarà pubblicato in uno dei prossimi numeri della rivista Federalismo e Società diretta da Mauro Marabini. Il saggio appoggia e rilancia una tesi proposta con insistenza nei miei scritti dell’ultimo decennio: e cioè che nella maggior parte di questo secolo la vera lotta di classe del nostro tempo è stata e resta quella tra i lavoratori del privato (imprenditori, dipendenti e autonomi) e la burocrazia parassitaria che tutti li depreda, ormai, di 2/3 del loro reddito.
E mi ha fatto piacere vedere che Piombini, a differenza di vari politici e politologi di questi anni, riconosce questa mia priorità nell’enunciazione della teoria liberale e liberista della lotta di classe aprendo il suo saggio con le prime parole del mio libro " Il Manifesto dei Liberisti", pubblicato delle edizioni Seam nel '95: " La grande novità politica di questo scorcio di secolo in tutto l’Occidente avanzato - affermo nel brano citato da Piombini - è la Rivolta dei Produttori del privato contro la classe burocratica e i suoi padroni/padrini: i parassiti statalisti. Questa è la vera lotta di classe del nostro tempo, altro che quella tra imprenditori e dipendenti del privato, di cui sono andati vaneggiando per tutto il secolo i nipotini di Carlo Marx!". E con la stesse correttezza Piombini sottolinea anche come questa tesi, elaborata in molti miei scritti degli anni ' 90, fosse già chiaramente enunciata in un mio libro del ' 75 pubblicato dalla Sugarco ed intitolato Psicopolitica, con cui oltre 20 anni fa gettavo le basi della psicologia politica liberale: “E' sempre più evidente - scrivevo in quell'opera sfidando l’imperante delirio marxista- che la vera classe parassitaria e sfruttatrice è nel mondo intero, e da lungo tempo ormai, la classe burocratica.”
Il grande merito di Piombini e del suo ottimo saggio è di aver raccolto con cura ed acume le anticipazioni della mia teoria liberale della lotta di classe sparse nelle opere di alcuni grandi maestri del pensiero liberista: da Charles Comte a Charles Duneyer, da James Mill a Vilfredo Pareto nel secolo scorso, da Oppenheimer a Nock, da von Mises ad Hayek nell’attuale.
Forse un limite a questo saggio di Piombini sta nell’illusione (peraltro ben comprensibile in un giovane, poiché senza un pizzico di illusione nessuna gioventù è davvero tale) che a questo scontro di classe in atto tra produttori e burocrati corrisponda una matura coscienza di classe nella classe sfruttata: appunto tutti gli operatori del privato. “I protagonisti della sollevazione antiburocratica in atto degli ultimi vent'anni - scrive infatti Piombini - si sono accorti di avere in comune interessi, mentalità ed aspirazioni e di far parte di un’unica e grande classe, i produttori, composta da tutti coloro che, sottomessi alla legge della concorrenza, vivono nell’incertezza dell’economia privata: sia il temperamento che l’ambiente di lavoro li portano ad accogliere una concezione liberale della vita e della produzione”.
E ancora una volta, a questo proposito Piombini sottolinea l’importanza della mia idea di radicare la teoria liberale della lotta di classe nella psicologia politica: “ Da psicologo - scrive Piombini - De Marchi ha messo bene in luce, nell’antagonismo tra produttori e burocrati, i contrapposti tipi caratterologici”.
Purtroppo la maturazione di questa nuova coscienza di classe, a mio parere, è invece ancora lontana. Ed anzi su questa inconsapevolezza degli sfruttati continuano a prosperare la vecchia sinistra e tutte le forze stataliste. Ma è già un enorme passo avanti che questa teoria trovi consensi e sviluppi nei giovani pensatori come Piombini.

Luigi De Marchi. Scimmietta ti amo. Psicologia, cultura, esistenza: da Neanderthal agli scenari atomici. Luigi De Marchi.

Scimmietta ti amo. Psicologia, cultura, esistenza: da Neanderthal agli scenari atomici. Longanesi, Luigi De Marchi. Milano 1984, pp. 223, edizione fuori commercio.
Premessa / Dedica:

Da molto tempo (da quando lei era morta in quel modo atroce) i miei miti naturalistici erano entrati in crisi. Nell’uomo non vedevo più il figlio degenere e perverso di una Natura buona e provvida (moderna versione del vecchio e barbuto Buon Dio), ma una sventurata e gloriosa scimmia del laboratorio cosmico che, se era spesso impazzita per le tremende tensioni della sua condizione esistenziale, era anche riuscita ad esplorare l’universo coi suoi occhi di pulce e a inventarsi sogni d’amore, di armonia, di libertà, di giustizia, di felicità sconfinata, da contrapporre alla giungla spietata e ripetitiva della Natura.
Una mattina, sul muro d’una quieta stradetta romana dietro l’angolo di casa mia, mi apparve d’improvviso, gigantesco, il messaggio di uno studente alla sua ragazza: «Scimmietta ti amo!». E subito sentii che quelle parole erano anche la mia nuova, definitiva dichiarazione d’amore all’essere umano (p. 7).
Né il sole né la morte si possono guardare fissamente (F. de la Rochefoucauld)
Ma dov’è la morte, come presenza angosciante specifica della vita umana, nelle teorie di Freud, di Reich e dei loro continuatori ortodossi ed eretici? Non c’è. È stata rimossa [...] proprio per l’emozione più angosciante di tutte: la paura di morire.
Introduzione alla psicopolitica esistenziale
Morte e Cultura: lo shock primario.
Per shock esistenziale intendo il trauma primario e ricorrente che la scimmia umana ha subìto quando ha preso coscienza del proprio destino di morte e le sue particolari capacità intellettive e affettive hanno moltiplicato in lei l’angoscia di morte e la sofferenza per la morte dei suoi simili.
La difesa religiosa - Vi è un’amplissima validazione della nostra ipotesi: è cioè che ogni tipo di cultura abbia la sua matrice nello shock esistenziale e nel conseguente, primario bisogno umano di esorcizzare la morte e di difendersi dall’angoscia di morte, simultanea alla nascita della coscienza. (25)
Metempsicosi e divisione castale furono dunque anch’esse difese di morte e dal timore del castigo divino dall’angoscia. [...] Non è fortuito che le altre due più diffuse religioni mondiali - Islam e Cristianesimo - abbiano proceduto ad un’analoga democratizzazione dell’aldilà rispetto al giudaismo e alle antiche religioni tribali (29).
Siamo qui dinnanzi alla scelta cruciale della scimmia umana. Da una parte sta il mito di Prometeo, che strappa agli dèi il fuoco e si adopera per aiutare l’uomo nella sua faticosa evoluzione. [...] Dall’altra c’è questo mito biblico dell’Eden... (35)
L’evoluzione del buddismo attesta ancora una volta che il bisogno psicologico più profondo sotteso alla religiosità delle masse umane è appunto la ricerca di una qualche garanzia d’immortalità, cioè una difesa sicura contro la morte e l’angoscia di morte (41).
L’asserzione dell’immortalità, cioè la negazione della morte, è dunque riconosciuta universalmente come il fondamentale denominatore comune di tutte le religioni, dalle più antiche alle più recenti, dalle più semplici alle più complesse (46).
La difesa religiosa cristiana, diffusasi rapidamente come antidoto al terrore della morte in quanto annichilamento totale della persona, finì per sviluppare un terrore anche più insostenibile: il terrore della morte come dannazione e tormento eterni (47).
Su quest’angoscia di dannazione le gerarchie ecclesiastiche cattoliche avevano scoperto la possibilità di imbastire un’autentica industria: il cosiddetto commercio delle indulgenze, divenuto uno dei massimi cespiti della Chiesa di Roma (50).
La difesa politica. È con la Rivoluzione Francese che il millenarismo religioso ha la sua prima, completa metamorfosi in senso spiccatamente politico e, almeno apparentemente, ateo e antireligioso (56).
Anche la mistica del sangue, alla base delle teorie razziste di Rosenberg e del nazismo, aveva una sua antica tradizione rituale che si ricollega alla difesa religiosa contro la morte (61).
Millenarismo comunista. È soprattutto nello schema teorico dell’evoluzione umana che il marxismo svela il suo inconsapevole e insormontabile ancoramento al mito biblico-millenaristico [...] ennesima versione, secolarizzata e scientifica del fanatismo religioso e della sua promessa salvazionistica.
Pertanto, al mito millenaristico politico viene a mancare la massima attrattiva del mito religioso: la promessa e la certezza dell’immortalità. [...] La promessa religiosa di felicità e armonia universale non può infatti essere screditata e smentita a breve scadenza dalla possibilità di verificarla (76).
Al crollo delle difese religiose, la psiche umana ha reagito col solito meccanismo: tentando cioè di produrre un nuovo mito millenaristico e paradisiaco dall’apparenza più realistica e «scientifica», sotto forma di utopie e azioni rivoluzionarie (79).

La difesa demografica ed economica.
Allo shock esistenziale, in campo procreativo, l’uomo ha reagito con due fondamentali modalità di reazione: quella monastico-ascetica e quella socio-prolifica, che sono tuttavia entrambe riconducibili alla visione millenaristica.
La difesa filosofica. Non solo Parmenide ed Eraclito ma quasi tutti i filosofi presocratici tendono a negare la morte. [...] Ma il supremo maestro di questa radicale negazione filosofica dell’angoscia di morte nella Grecia antica resta Epicuro (91).
Nella coraggiosa e instancabile polemica anticlericale e antireligiosa di numerosi pensatori illuministi colpisce anche una strana inconsapevolezza delle implicazioni letteralmente apocalittiche di quella critica. Assorbiti dalla gioia della provocazione e della distruzione di pregiudizi millenari, gli illuministi non s’avvedono dell’abisso che la loro critica corrosiva scava nella psiche della scimmia umana, scalzando le difese fantasmatiche dietro le quali essa era andata arroccandosi dagli albori della civiltà (100).
Questi pensatori mostrano di non capire quanto enorme sia la crisi esistenziale e culturale che il collasso delle certezze religiose ha spalancato nella coscienza umana (104).
La tesi centrale di questo mio lavoro - e cioè che la morte, anzi la coscienza della morte, è stata la fonte prima della cultura umana nel suo complesso - non trova ancora espressione nel pensiero di Schopenhauer, ma ha già, in esso, le sue radici (104).
Al tremendo messaggio schopenhaueriano «Dio è morto» Nietzsche non può reagire con l’impassibilità di Schopenhauer. [...] Per questo il pensiero di Nietzsche ci affascina e commuova anche di più, perché esprime emblematicamente, forse anche nel suo approdo alla follia, i mille tormenti della scimmia umana impegnata nella sua solitaria ricerca di verità (107).
Come le caste sacerdotali, gli esistenzialisti del nostro secolo sembrano difendersi essi stessi dall’angoscia con le oscurità arcane di un linguaggio iniziatico (120).

La difesa psicologica

[...] Sicché si può dire che le scienze nate per studiare l’angoscia umana ne hanno quasi sempre ignorato o rimosso la fonte principale: appunto la coscienza della morte.
Il masochismo - questo fenomeno così antico e diffuso in tutte le culture (ma particolarmente in quelle salvazioniste, di stampo religioso e politico), che spinge milioni di uomini da migliaia di anni a sacrificarsi e immolarsi per ogni tipo di divinità, ideologia, istituzione - appare in larga misura come l’atteggiamento prodotto dal meccanismo autopunitivo e propiziatorio con cui la scimmia umana ha reagito fin dai primordi allo shock esistenziale (144).
La crisi dell’uomo moderno nasce invece da una sistematica, silenziosa demolizione dei dogmi religiosi ad opera della ricerca scientifica in tutti i campi (151).

La fuga dalla morte nel costume odierno

Geoffrey Gorer rileva anche acutamente (e di lì il titolo della sua opera: La pornografia della morte) che il muro di silenzio e di menzogna un tempo riservato al sesso sembra ormai trasferito alla morte.
Al contrario, l’uomo dell’era religiosa riuscì per lunghi periodi a placare (non certo a estinguere) la sua angoscia di morte proprio sottoponendosi incondizionatamente ai dettami sempre più tirannici della religione in ogni istante della sua vita, e soprattutto della sua morte.Dall’inizio dell’Ottocento, invece, l’esplosione demografica e l’urbanizzazione rapida portano ad una massificazione della morte, della sepoltura e dei relativi rischi di contaminazione, proprio mentre crollano le difese religiose (187).

Conclusione

[...] Insomma, siamo una specie che ha reagito e insiste a reagire con meccanismi obsoleti di difesa alle nuove minacce di collasso psichico prodotte dal suo stesso sviluppo mentale.
L’uomo si comporta come una talpa che, per salvarsi, insiste a interrarsi anche quando una ruspa potente (in questo caso la forza dell’evoluzione etica e cognitiva umana) solleva e ribalta la zolla in cui essa si interra (193).
È indubitabile che la formula marxista «La religione è l’oppio dei popoli» riassume efficacemente la funzione oppressiva e gregarizzante che la religione ha avuto spesso nella storia. Ma ciò che il marxismo non vide è che l’opera di oppressione e gregarizzazione del potere religioso è potuta continuare per millenni su scala planetaria perché la religione assicurava alle moltitudini umane di ogni paese e d’ogni tempo la più valida difesa contro l’angoscia di morte (199).
Siamo forse alle soglie di una svolta storica del pensiero umano: il passaggio dalla fase fantasmatica delle mitologie millenaristiche alla fase progettuale e concreta del confronto con la dura realtà del mondo fisico e biologico (212).
La figura che simboleggia questa filosofia non è certo quella di Abramo, pronto ad uccidere il figlio Isacco pur di obbedire a Dio, nè quella di Giobbe, disposto a subire tutti i tormenti inflittigli da Dio senza mai perdere la fede, ma quella di Prometeo, il titano che diede inizio alla civiltà umana donando all’uomo il fuoco, e fu per questo atrocemente punito da Zeus, ma non si arrese alla potenza e alla prepotenza del sovrano d’Olimpo (215).
La crocifissione del Gorilla [l’animale ucciso lentamente a colpi di lancia nel rito propiziatorio d’una tribù africana, cfr 221], come tutte le altre crocifissioni e autocrocifissioni religiose e politiche di tutti i tempi. Era insomma espressione d’una stessa «demenza coscienziale» dell’essere umano che mi suscita oggi compassione e riflessione, piuttosto che sterili e facili condanne di stampo moralistico.
E subito scopriamo commossi che, in mezzo alle turbe di scimmiette impazzite nei loro deliri espiatori e paranoicali, sono nati e vissuti alcuni mirabili eroici esemplari (le scimmie Eschilo, Buddha, Democrito, Saffo, Epicuro, Marco Aurelio, Montaigne, Hume, Schopenhauer, Nietzsche, Leopardi, solo per citare qualche nome più illustre) che hanno saputo guardare tra le lacrime la strage sanguinosa dei loro compagni e di ogni altro essere vivente [...] riconoscendo che la tragedia era opera di questo o quell’altro gruppo di scimmie malvagie, di questo o quel nemico della Vera Fede e della Vera Rivoluzione.
L’AUTORE
Luigi De Marchi, saggista, psicologo e psicoterapista, pioniere della ricerca psico-sociologica, è il fondatore della psicopolitica, è presidente dell’AIECS (Associazione Italiana per l’Educazione Contraccettiva e Sessuale) che conduce importanti battaglie sociali e politiche. Spiccano tra le sue opere: Sesso e civiltà, Sociologia del sesso, Wilhelm Reich: biografia di un’idea, Psicopolitica.