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martedì, settembre 05, 2006

Ecco perché il socialismonon può morire

LA DISCUSSIONE

Ecco perché il socialismonon può morire
di MASSIMO L. SALVADORI
I CRITICI del socialismo come movimento sia ideale sia organizzato hanno a mio avviso pienamente ragione a denunciare il dato evidente che al suo interno regna una forte confusione e a ritenere che con esso occorra fare i conti. Stando alle voci che hanno trovato eco su questo giornale, la grande maggioranza pensa che si tratti di chiudere i conti con un'esperienza che ha avuto un'enorme importanza storica, ma che ora si presenta definitivamente esaurita. Amato va controcorrente, però solo in parte, poiché anch'egli non ritiene auspicabile o difendibile la persistenza della sua autonomia organizzativa. In effetti, nessuno può chiudere gli occhi di fronte al fatto che sopravvive un'Internazionale socialista, esiste un Partito socialista europeo, operano nel mondo un numero assai elevato di partiti socialisti, ma che tutti navigano in un mare incerto, nella prevalente difficoltà di elaborare strategie, programmi di governo che diano loro una distinta fisionomia, insomma di presentare un volto ideale e politico ben definito. Se si tratti di morte come affermano Lloyd e Giddens o meno, certo la malattia è grave. Ma l'interrogativo che pongo è il seguente: è solo il socialismo a non essere in buona salute? Dove e chi sono le correnti, le organizzazioni e i partiti in grado di lanciare messaggi limpidi, di proporre piattaforme davvero efficaci in relazione ai problemi sempre più complessi della governabilità dell'Occidente e più in generale del mondo? Mi pare di ben comprendere le critiche rivolte allo stato attuale del socialismo da Lloyd, Giddens e Touraine, ma devo d'altra parte dire di non poter fare altrettanto per quanto attiene alle loro conclusioni.
Poiché il socialismo è morto o muore se altri è ben vivo, se altre forze sono in grado di recepirne le istanze di fondo che si ammette abbiano una loro autentica validità e di incorporale in sé; altrimenti le cose si complicano. Oggi si parla della morte del socialismo perché esso è in crisi. Ma quante volte è parso che il liberalismo fosse defunto e che lo fosse anche la democrazia? Al solo socialismo bisogna negare la possibilità di una ripresa? Chi guardi alla scena che si presenta la vede, a mio giudizio, dominata dai seguenti fattori. L'ondata neoliberista nell'era della globalizzazione ha innalzato la bandiera della libertà dei soggetti economici e dell'espansione del mercato; ma i soggetti protagonisti del mercato globale sono i grandi potentati finanziari ed industriali, che piegano la società ai loro prevalenti interessi, esercitano un'influenza decisiva sulle politiche degli Stati e non esitano quando loro conveniente a difendere monopoli e a invocare politiche protezionistiche, sono responsabili in molti paesi di vaste pratiche di corruzione, generano una distribuzione delle risorse che negli ultimi anni ha portato ad un divario sempre crescente tra le quote di reddito dei ceti alti e quelli medio-bassi. La solidarietà sociale viene largamente invocata, ma si attacca come statalismo il prelievo fiscale che può rendere disponibili le risorse necessarie ad attuarla. L'assistenza sanitaria è assicurata ad alti livelli per chi può pagarla e lo è sempre meno a chi dipende da un settore pubblico impoverito. Mentre i ricchi godono di mezzi che garantiscono loro una tranquilla continuità di reddito ed elevati consumi, troppi sono coloro che dispongono di retribuzioni insufficienti o che lottano in condizioni di precarietà o di povertà per avere un salario. Ma vorrei sottolineare un altro elemento di importanza allarmante. La libertà dei grandi soggetti economici alla ricerca del profitto è accompagnata dal saccheggio dell'ambiente che non trova gli ostacoli dovuti in molti paesi da parte degli Stati a partire dalla ricca America per arrivare, con scenari inquietanti, ai paesi attualmente più rampanti come la Cina e l'India. Orbene chi se non il potere pubblico, che si vorrebbe ridotto sempre più ai minimi termini, può dotarsi dei mezzi per affrontare le questioni sopra indicate? Il socialismo moderno è sorto per rispondere a tre esigenze: lottare contro le forme di società che privano gran parte degli individui dei beni materiali e spirituali per sviluppare in modi "umani" la propria personalità; organizzare e mobilitare gli strati sociali privati in parte o in tutto di questi beni; dare alla società indirizzi di governo per pervenire a una distribuzione delle risorse che impedisca a una parte di costruire il proprio benessere sul malessere altrui. Storicamente questi obiettivi sono stati interpretati e applicati nel Novecento in due maniere diverse: l'una radicale intesa ad agire mediante la rivoluzione, la dittatura e l'abolizione della proprietà privata; l'altra con le riforme, la democrazia, il ricorso al potere pubblico per regolare il mercato, impedire un uso predatorio delle risorse prodotte a favore degli strati privilegiati, varare istituzioni in grado di proteggere i più deboli e di promuoverne il miglioramento non contingente delle loro condizioni. I critici del socialismo anche democratico fanno carico a questo di aver perseguito forme accentuate di statalismo economico con il potenziamento del "sistema misto". Sennonché questo tipo di statalismo - è il caso di ricordare - è stato il prodotto di una tendenza che ha largamente dominato il secolo, tanto da essere stato fatto proprio anche da governi liberaldemocratici e fascisti. I governi socialdemocratici e laburisti ne hanno rappresentato una variante orientata a scopi umanistici e sociali. La via comunista è andata incontro ad un fallimento; quella socialdemocratica ha ottenuto grandi risultati. Ha però anch'essa irrimediabilmente chiuso il suo ciclo nel 1989? Touraine sostiene che oggi, dopo la fase neoliberista contrassegnata dalla "onnipotenza" dei dirigenti dell'economia, dalla "pioggia d'oro" finita nelle tasche dei manager, dall'acquiescenza degli Stati ai loro interessi particolari, l'opinione pubblica chiede "una sterzata a sinistra". Sennonché non la vuole posta sotto il segno del socialismo. Osservando la debolezza dei partiti socialisti e dei sindacati ritiene che i soggetti atti a farsene carico possano essere piuttosto i movimenti di base, le associazioni, le organizzazioni non governative ovvero "la società civile" (e a opporre al ruolo dei partiti socialisti quello della società civile sono anche Lloyd e Giddens). Qui sorge la questione di fondo. E' possibile attuare una sterzata a sinistra senza farlo dalle sedi del potere politico, senza disporre delle leve del governo? Chi può mai accedere al potere e al governo se non i partiti? E quale il contenuto di quella sterzata se non la ripresa e il rilancio degli obiettivi propri dei partiti socialisti democratici: fare leva sugli interessi colpiti, offrire loro un referente politico organizzato, affidare al potere pubblico il compito di regolare con obiettivi sociali il mercato (anche con le liberalizzazioni quando queste valgono a colpire rendite di posizione), avendo come stella polare una più giusta distribuzione delle risorse così da conseguire importanti valori e un ordine civile più umano?

(5 settembre 2006)

Le nuove sfide del socialismo

LA DISCUSSIONE
Le nuove sfide del socialismo
Energia, invecchiamento, emigrati: un pianeta da riorganizzaredi
DOMINIQUE STRAUSS KAHN

Una catena di montaggio in una fabbrica della FordESSERE di sinistra nasce da un rifiuto, da un grido, da una rabbia davanti all'ingiustizia sociale o politica. È un riflesso salutare. Ma non basta. Molti socialisti vogliono trasformare il mondo senza capire com'è. Altri travestono la realtà per convincere meglio che non la si può trasformare. Per me, un socialista ha il dovere di comprendere il mondo, di interpretarlo per trasformarlo - e nello stadio attuale del capitalismo ci sono contemporaneamente un progresso considerevole e un'ingiustizia incommensurabile. La rivoluzione dell'immateriale ha unificato il mercato mondiale. La caduta del comunismo in Unione Sovietica e nell'Europa dell'est, l'apertura del mercato in Cina e in India e l'emergenza dei paesi dell'America Latina hanno reso il capitale più raro del lavoro. I mercati finanziari e i loro predatori vanno a caccia di rendita e profitto. Ne consegue - e presumibilmente sarà così per molto tempo - un nuovo rapporto tra le forze di lavoro e capitale. D'altro canto, il mercato ha portato progressi nel settore sanitario, del consumo e della comunicazione, se non dell'estensione del controllo democratico dell'umanità. Ma nel contempo ha comportato disuguaglianze senza precedenti, il saccheggio delle risorse naturali, lo sfruttamento sfrenato della manodopera e soprattutto nuove alienazioni imponendo degli standard di vita culturali e alimentari. Non si può quindi operare per la giustizia con le stesse armi di ieri e le riflessioni dell'altro ieri. E non si può nemmeno rinunciare alla giustizia sociale, a meno di rinunciare al socialismo, e io non rinuncio! Ecco perché bisogna ripensare le sfide del mondo attuale per trovare il cammino dell'uguaglianza reale.
La prima di queste sfide riguarda il nostro approvvigionamento di energia. L'arrivo della Cina e dell'India sul mercato del petrolio fa infuocare le quotazioni e la dipendenza del mondo dal Medio Oriente ne risulta aumentata. Ora, la geopolitica del petrolio è instabile e non possiamo accettare che il nostro avvenire dipenda da un'alternanza omicida tra gli atti terroristi e la repressione di Stato. E quel che è peggio è che il consumo massiccio di energie fossili ha conseguenze ambientali disastrose. Oggi, quindi, siamo costretti a rimettere in discussione una concezione dell'energia che abbiamo ereditato dal secolo scorso. In senso più ampio, è tutto il nostro modello di sviluppo a essere in discussione. Big Oil, Big Three: per molto tempo questo è stato il mantra della crescita americana. Del Big Oil ho appena parlato, quanto al Big Three, i tre principali costruttori di automobili, anch'essi fanno parte di uno schema obsolescente, mentre il modello imminente si basa principalmente sui servizi alla persona e i problemi della sanità saranno uno dei punti cruciali. Questo modello porta con sé la biologia come scienza dominante, le preoccupazioni ambientali come principio della gestione pubblica, la qualità della vita come scelta collettiva. Ma in più c'è la durata della vita! Ecco il punto nodale. La nostra società non ha mai affrontato un cambiamento simile in un tempo così breve. Questo stravolgimento affonda le radici nei progressi della biologia, rimodella i rapporti tra le generazioni, minaccia di portare al collasso il sistema previdenziale. Inoltre ripropone in termini nuovi la questione della demografia e, di conseguenza, quella dell'immigrazione. Un'Europa che invecchia è, a lungo termine, un'Europa che muore. Incoraggiare la natalità non basterà a frenare il movimento: quando la fiducia nel futuro è scarsa, la ripresa è lenta. Se può essere utile favorire l'adozione, la soluzione principale resta comunque l'immigrazione. Dobbiamo perciò spazzar via i vecchi timori e concepire una politica dell'immigrazione positiva. Perché la pressione migratoria resti sopportabile, bisogna però che lo sviluppo del Sud smetta di essere soltanto l'argomento di tanti bei discorsi. Oggi sappiamo che il sostegno monetario, spesso mal utilizzato, è meno efficace degli incoraggiamenti allo sviluppo dell'educazione e al miglioramento delle condizioni sanitarie. Per questa ragione le discussioni interminabili sull'accesso delle popolazioni del Sud ai farmaci generici devono finire. L'urgenza coinvolge l'intero pianeta e implica necessariamente una revisione del concetto di proprietà intellettuale, peraltro già messo in crisi dalla civiltà informatica. La nostra democrazia è malata. Non solo perché i nostri popoli faticano a farsi ascoltare ma soprattutto perché i politici tergiversano davanti alla necessità di prendere provvedimenti risolutivi. Ecco perché il socialismo contemporaneo è anche una rottura col passato. Questa rottura non dovrebbe essere un rinnegamento ma un ritorno alle origini. Prepararci a uscire da secoli di energia fossile e trarne le conseguenze geopolitiche, ridefinire il nostro modello di sviluppo incentrandolo sulla vita degli uomini, concentrare gli sforzi sulla conoscenza e riconsiderare le età della vita, aprirci ai popoli del Sud sgombrando il campo dagli ostacoli che ne ostacolano la sopravvivenza, riformulare il contratto democratico globale e locale: ecco quali sono i compiti del socialismo contemporaneo.
(traduzione di Elda Volterrani) (4 settembre 2006)

lunedì, settembre 04, 2006

GIUSTIZIA, ECCO LE RAGIONI DELL’INDULTO

Mattino di Padova 04-08-06
Ho votato a favore dell’indulto con convinzione e sono intervenuto nel dibattito alla Camera. Credo che molte delle polemiche strumentali e demagogiche di questi giorni dipendano dalla scarsa conoscenza del provvedimento e mi pare, perciò, utile spiegarne le motivazioni in modo semplice e sintetico.
L’indulto non cancella il reato, riduce solo una parte della pena. Con l’indulto infatti si accorcia (al massimo di 3 anni) la permanenza in carcere dei condannati. L’indulto riduce il numero dei carcerati e migliora le condizioni delle carceri. I detenuti sono circa 60.000, mentre le carceri possono ospitare al massimo 43.000 persone. Oggi le prigioni sono luoghi disumani, dove molte persone, incarcerate per reati minori, entrano in contatto con la grande criminalità. Così non c’è prevenzione, né rieducazione; anzi, in carcere molti imparano a delinquere. L’indulto applica la Costituzione. La Costituzione deve essere applicata e difesa sempre, non solo quando conviene. L’articolo 27 dice che: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». L’indulto non è un colpo di spugna. L’indulto si applica solo dopo la sentenza di condanna. I processi si svolgeranno, i reati verranno perseguiti, le responsabilità accertate.
L’indulto favorisce la sicurezza dei cittadini. Con l’indulto sarà possibile cambiare le carceri e renderle luoghi per la rieducazione e il recupero dei detenuti, che devono uscire dalla morsa della criminalità. La sicurezza dei cittadini può aumentare solo se diminuisce il numero di chi commette reati. Inoltre, in cambio dello sconto di pena, il beneficiario non deve commettere reati nei 5 anni successivi, altrimenti l’indulto è annullato. Dall’indulto sono esclusi i condannati per i reati più gravi: terrorismo, mafia, devastazione e saccheggio, appartenenza a banda armata, violenza sessuale, tratta di esseri umani, usura, produzione e spaccio di grandi quantitativi di sostanze stupefacenti, sequestro di persona, pedofilia, discriminazione razziale. L’indulto non riduce le pene accessorie, che sono le più efficaci per i reati finanziari e contro la Pubblica Amministrazione. In questi casi contano l’accertamento delle responsabilità, delle connessioni, dei complici. Per i reati economici, fiscali, finanziari e di corruzione le cose importanti sono il risarcimento del danno, la restituzione del maltolto e le pene accessorie. L’indulto non salva i corrotti. Infatti, contrariamente a quanto Italia dei Valori e altri dicono in modo strumentale, tra i detenuti in carcere non ci sono politici corrotti. E, dunque, l’indulto non riguarda questa categoria di reati. Il Codice Penale punisce questo tipo di reati con pene detentive molto basse e, pertanto, i condannati scontano quasi sempre solo pene accessorie (come l’interdizione dai pubblici uffici). L’indulto è un provvedimento molto usato, che era previsto anche nel programma del centrosinistra Dal 1946 ad oggi ci sono stati 20 provvedimenti di indulto e 24 di amnistia, sempre con la finalità (raggiunta) di decongestionare le carceri. L’ultimo indulto risale al 1990; dal 2003 il Parlamento ha provato più volte ad approvare l’indulto senza riuscirci. Per questo, tutto il centrosinistra ha inserito l’indulto nel suo programma. L’indulto è solo il primo provvedimento per migliorare la sicurezza dei cittadini L’indulto è uno dei primi provvedimenti in materia di giustizia e sicurezza. Nei prossimi mesi andranno in discussione il disegno di legge per fermare le modifiche all’ordinamento giudiziario varate dalla destra, i provvedimenti per annullare le leggi «ad personam» che hanno favorito gli amici di Berlusconi, la riforma del Codice Penale, della legge sulla droga e di quella sull’immigrazione. Le scelte del centrosinistra sono in controtendenza con quanto è accaduto nella precedente legislatura, come si vede anche con l’indulto. In particolare è fondamentale ricostruire un clima di rispetto e di ascolto nei confronti della Magistratura, alla quale devono essere garantite l’autonomia e l’indipendenza previste dalla Costituzione. Solo così sarà possibile aumentare la sicurezza e far funzionare meglio la giustizia.
Alessandro Naccarato deputato veneto dell’Ulivo

Veltroni rilancia l'alleanza"Il partito democratico vale il 40%"

L'intervento del sindaco di Roma alla Festa dell'Unità: "Nessunotiri fuori il problema dell'identità: parlare al popolo delle primarie"

dal nostro inviato ALESSANDRA LONGO
PESARO - E venne il giorno di Walter Veltroni alla Festa dell'Unità. Eccolo il sindaco di Roma che, al secondo mandato, ha cancellato la destra romana, eccolo il "romanziere" che in pochi giorni ha portato a centomila copie la tiratura del suo primo vero romanzo, "La scoperta dell'alba", lasciando a terra i colleghi di partito ancora inchiodati ai saggi di politica, eccolo il candidato leader del partito democratico. Si farà, non si farà. Al calar della sera, nella cornice techno della kermesse nazionale del partito, lui rilancia con forza quel che ha definito "il sogno politico della mia vita". Risponde così alla platea di militanti e a Giovanni Floris che lo interroga: "Da tutte le feste dell'Unità che sto girando in questi giorni mi viene la stessa sollecitazione. Sì, io dico che si può fare, che un partito del 40 per cento, nel campo riformista e democratico, può essere alla nostra portata, immediatamente. Purché, come ho già detto, e ripeto, non si viva questa sfida come la fine della sinistra, purché non si cerchino tutti i motivi per non farlo, il partito". L'importante è cominciare. Non possiamo ignorare il messaggio chiaro che da dieci anni ci mandano milioni di elettori italiani, quelli che non si riconoscono nel panorama attuale, spiega il sindaco: "E' sempre lo stesso messaggio, ve ne siete accorti?: "Se state uniti, vi votiamo, se state divisi vi penalizziamo"". Partono gli applausi, clima surriscaldato. Lui, il sindaco di Roma, è abbronzato, in maniche di camicia, strattonato da compagne che, poche ore prima l'hanno corteggiato per avere l'autografo e quasi piangevano a sentire la trama del suo libro, quel vuoto dichiarato dell'autore per l'assenza della figura paterna, quel rancore sordo per il terrorismo di casa, che "ci ha portato via la vita per un decennio".
Veltroni ha sentito il polso dei militanti, fiutato l'immutata richiesta della base per l'avvio della nuova creatura: "Se l'Ulivo, non esistendo in quanto tale nella vita politica, ha preso il 33 per cento", allora sì, si può, si deve osare. E nessuno tiri fuori il problema dell'identità, del rischio di perdersi. "La sinistra - dice Veltroni - è cambiamento, lo è stata sempre, nel passato, quando scelse in ore drammatiche di trasformarsi da Pci in Pds e poi Ds. Anche allora pensammo che iniziava un'altra storia e bisogna avere riconoscenza nei confronti di chi ebbe il coraggio della svolta". Veltroni il buonista, Veltroni che fa applaudire Occhetto e rende omaggio alla memoria. Ma per andare avanti, detestando le nostalgie. Sarà lui il leader del partito democratico? Floris insiste, scava. Ormai Veltroni non dice più che nel 2011, alla fine del suo mandato di sindaco, sparirà nell'Africa ma sta anche attento a non esporsi troppo. L'ha già detto: la sua disponibilità futura è legata a "mutazione radicali" delle regole del gioco, più poteri al premier, ritorno al maggioritario, elezione diretta. E sennò, pazienza, "posso fare altro: preferisco stare con i bambini di un ospedale africano che sedere in un cda". Si vede che questo approccio piace ai militanti: "Walter" c'è sempre, fa politica, ma non vuol dare l'impressione di essere potente, non vuol calpestare nessuno, alimentare competizione interna al partito o alla coalizione. Dunque "Piero", intendendosi Fassino, "dice cose giuste sulle pensioni" e "Romano, che invoca il rigore, ha ragione. Perché è giusto non perdere il treno della coerenza con le regole europee, non si può assolutamente attenuare la tensione riformatrice. Nessuno può chiedere a questo governo, nessuno può chiedere di diluire lo sforzo o spalmarlo sui cinque anni". E sul governo, sulla sua forza, Veltroni è ottimista: "Penso che ci sono tante persone, non dico partiti, che vivono con malessere l'appartenenza alla Cdl; ad esempio tanti cattolici. Mi auguro dunque che la maggioranza possa trovare nuova espansione, puntando soprattutto sul risanamento finanziario e la politica estera". Il risanamento è sacrosanto, dice il sindaco di Roma, purché si tenga conto delle esigenze dei Comuni, purché il sostegno alla ripresa si accompagni alle esigenze di equità sociale". E' la tecnica di Veltroni, peso e contrappeso, molti "tavoli di concertazione", come nella gestione di Roma: "Devi dare alla gente obiettivi e valori. Adesso bisogna raccogliere le energie e parlare ai quei quattro milioni delle primarie. Se ci riusciremo cambierà il futuro di questo Paese".
(4 settembre 2006)

sabato, settembre 02, 2006

Un partito post-socialista, un programma riformista ma non moderato


di WALTER VELTRONI
CARO direttore (di Repubblica), la grandezza della sinistra, nel corso della storia, è stata sempre quella di saper cambiare, di trovare un senso alla società in cui viveva, di definire la sua dimensione etica, i suoi valori, le sue politiche, per poter "star dentro" il proprio tempo e perseguire i suoi obiettivi di fondo. Fu così nel XIX secolo per la sinistra liberale e repubblicana figlia della rivoluzione francese. Fu così in quella svolta epocale che gradualmente, negli ultimi decenni di quello stesso secolo e agli inizi del successivo, vide nascere le organizzazioni del movimento operaio e il sostituirsi, nel cuore della sinistra, dei partiti socialisti e laburisti a quelli liberal-democratici e radicali. La sinistra cambiò perché era cambiato il mondo, perché si erano profondamente modificate le condizioni economiche e sociali. L'industrializzazione di massa, la fatica e lo sfruttamento di milioni di persone, la spinsero a cercare nuove teorie, a porsi nuovi obiettivi - dai diritti civili e politici a quelli sociali, "materiali", per restare nel campo del riformismo - e a dar vita a nuove organizzazioni. Le stesse grandi esperienze riformiste del Novecento sono state quelle che hanno saputo interpretare il mondo che cambiava, dal New Deal di Roosevelt alla nuova frontiera di pace e di prosperità indicata da Kennedy alla sua generazione fino al multilateralismo, alla crescita economica e agli investimenti pubblici nell'istruzione e nelle alte tecnologie di Clinton; da Willy Brandt a Olof Palme, al loro aggiornamento dei modelli di welfare state, all'Ostpolitik, all'impegno per il disarmo nucleare. Obiettivi da raggiungere attraverso il governo e le riforme, ma obiettivi radicali, nati dalla capacità di condividere aspettative di popolo.
Oggi siamo chiamati a compiti altrettanto grandi, perché altrettanto grandi sono i cambiamenti che ci coinvolgono. E' il momento, non contingente, ma storico, di dar vita in Italia al Partito democratico. Che non è affatto la fine della storia della sinistra, ma al contrario la sua nuova dimensione. Che non è il venir meno di una visione, di un'idea di società, del perseguimento di grandi obiettivi, ma è la ricerca di strumenti nuovi e concreti per rispondere ai compiti che sono della sinistra: accompagnare alla crescita economica coesione e giustizia sociale, ridurre le disuguaglianze, creare le condizioni perché vi siano le stesse chances per ognuno, sostenere chi da solo non ce la fa e offrire opportunità a chi ha talento e vuole riuscire, far sì che la libertà sia di tutti e non di pochi. La sinistra è questo, non qualcosa di astratto, non un luogo geografico, e nemmeno può essere l'angelo di Paul Klee che sa procedere solo volgendo lo sguardo indietro. Quasi dieci anni fa, nell'introduzione a un mio libro pubblicato nel pieno dell'esperienza del primo governo dell'Ulivo, scrissi che "il centrosinistra è la nuova sinistra del Duemila". Oggi non ho meno motivi per pensare sia così. Ne ho semmai di più. La storia del socialismo, del socialismo democratico, è segnata da grandi conquiste, da un cammino che ha migliorato le condizioni dell'uomo in rapporto alla produzione e ha diffuso possibilità di partecipazione prima inesistenti. Ma la tavola dei valori del Partito democratico, il suo inedito "alfabeto", non potranno venire solo da quella storia, e nemmeno semplicemente dal suo aggiornamento. Ha ragione Lloyd: la visione da dare a chi ancora chiede valori in cui credere è necessariamente pluralista, perché plurali sono le nostre società, le società delle nuove tecnologie, dell'economia globale, degli individui e non più delle classi, dei "consumatori" e non solo dei "produttori". La visione del Partito democratico potrà venire solo dalla fusione, e non dal semplice accostamento, del pensiero della sinistra democratica e liberale, del personalismo cristiano, del comunitarismo, dell'ambientalismo, di una parte di quella critica radicale della società che non è più ideologica e che si può ritrovare in un contenitore ampio e aperto, dei nuovi apporti culturali che il nostro tempo così veloce produce, dei linguaggi e dalle forme di partecipazione che arrivano dalla Rete. Verrà, questa visione, se queste culture, e le forze che ad esse si richiamano, comprenderanno che per andare avanti dovranno superare alla radice la loro parzialità, la loro separatezza, la loro insufficienza, scegliendo quel "libero scambio delle idee" che per Giddens è condizione indispensabile di ogni innovazione politica. Quello delle differenze interne al nuovo Partito è un falso problema. La cosa peggiore da fare, ora, è evocare tutti i possibili elementi di divisione, dalle questioni etiche alla futura collocazione nelle organizzazioni sovranazionali. "I nostri passi inventano il sentiero a mano a mano che si va avanti", ha scritto Tahar Ben Jelloun. Una saggezza che dovremo far nostra, anche perché a ben vedere le differenze non sarebbero così grandi sui temi economico-sociali e sul piano internazionale, mentre quelle sulle questioni "eticamente sensibili" sarebbero non solo normali, ma rappresenterebbero un arricchimento, un esercizio paziente di sintesi da portare nella vita pubblica, contro ogni rischio di bipolarismo etico. "Sintesi" è forse la parola chiave che dovrà guidare, in senso più ampio, il cammino del Partito democratico. Quando sarà nato, perché dovrà funzionare e assumere decisioni rispettando peso della maggioranza e diritti della minoranza. E già nei primi passi, quelli che faranno incontrare fino a "confondersi", come ha scritto Giuliano Amato, le diverse identità e le culture del centrosinistra, che saranno giustamente orgogliose di ciò che sono state, ma che dovranno avere la saggezza di cercare la loro unità più che in un percorso condiviso del passato, in una visione comune del futuro. L'esigenza storica del Partito democratico non nasce da astrattezze politologiche. Non è una questione di etichette e formule politiche. Se le lasciamo da parte, ci accorgiamo che il Partito democratico già c'è. E' formato da milioni di persone, da chi spende il suo impegno civile nei partiti, dal popolo delle primarie, da una coscienza diffusa, da tutti quei cittadini che in ogni occasione hanno detto di preferire un campo largo e vario rispetto alle dimensioni più limitate di un partito, come ogni elezione dal '96 ad oggi ha dimostrato. E' questo che i Ds, la Margherita e spero tutte le forze riformiste sembrano aver capito. Il Partito democratico non può nascere né solo dall'incontro di ciò che esiste né senza ciò che esiste. E', oggi, la sfida più alta per la capacità di innovazione, il coraggio, la generosità di tutti. Fare il nuovo, non cercare le mille ragioni per non farlo. Si può dar vita al primo partito italiano, per voti e per unità e coerenza programmatica. Condizione è che nasca con un programma riformista ma non moderato, realista ma in grado di immaginare programmi e valori carichi di "radicalità" del cambiamento. Una forza di popolo, non un'assemblea di stati maggiori. Il nuovo Partito nascerà davvero se risponderà alle esigenze del Paese in questo determinato momento della nostra vicenda nazionale, se interpreterà le domande, i bisogni e le aspettative degli italiani, assumendo le tensioni della società e offrendo una sintesi, una prospettiva. Nascerà, e si consoliderà, se avrà e indicherà una visione, un sistema di valori. Se saprà cambiare atteggiamento culturale di fronte alle nuove tecnologie, se farà fino in fondo propria l'idea che il mercato regolato è il terreno su cui si possono esprimere le energie e le potenzialità che l'Italia possiede, se renderà sempre più concreta l'idea di welfare community che muove dalla convinzione che lo stato sociale è una grande conquista, che nessuna concessione va fatta al darwinismo sociale, che la chiave è rafforzare la rete di tutela e promozione formata da volontari e associazioni, dalle stesse famiglie. Nascerà, il Partito democratico, se trasmetterà passione, emozione, sentimenti. Fiducia nel futuro. Per tutti quei ragazzi che possono entrare nel mondo del lavoro grazie a contratti meno rigidi di una volta, ma che resteranno prigionieri della precarietà se non troveranno diritti e tutele sul piano della formazione nel passaggio da un posto all'altro, della solidità delle indennità di disoccupazione, della continuità previdenziale. Fiducia e futuro per i tre milioni di immigrati regolari che sono una risorsa economica e sociale, e che meritano di essere integrati pienamente, di partecipare attivamente alla vita pubblica. Per i nostri giovani ricercatori, che devono avere a disposizione strumenti e risorse per non essere costretti o a lasciare l'Italia o a restare tra mille difficoltà. Riuscire a fare tutto questo, farlo inserendo il concreto governo delle cose dentro una visione più ampia, anche con la necessaria radicalità di principi e ideali, è il modo non per abdicare, ma per scrivere pagine nuove nella storia della sinistra.
(2 settembre 2006)

giovedì, agosto 31, 2006

Socialismo? Parliamo invece di capitalismo

LA DISCUSSIONE
Dopo 30 anni di neoliberismo, adesso una "sterzata" a sinistra
di ALAIN TOURAINE
Socialismo è una parola confusa, usata dalle persone più diverse per esprimere le opinioni più varie. Lasciamolo dunque da parte. In compenso, parlare contro il capitalismo non soltanto è più che sensato, ma è anche molto più di attualità di quanto la maggior parte delle persone non creda. Ciò che definisce il capitalismo è l'eliminazione dei controlli sociali, politici o di altro genere che limitano gli attori economici. Quando sono liberi, vale a dire non controllati, questi attori esercitano un autentico potere sulle altre istituzioni, che devono sempre, per parte loro, tener conto degli interessi dei dirigenti dell'economia. Il riferimento a questo potere fa parte del concetto stesso di capitalismo. Questa libertà, questa stessa onnipotenza dei dirigenti dell'economia è una componente necessaria della modernizzazione. Non ci sono mai stati grandi sviluppi economici senza una fase di capitalismo che possiamo addirittura definire "selvaggio". La Gran Bretagna e poi gli Stati Uniti ne sono stati i grandi esempi. Oggi è la Cina a essere il Paese più capitalistico del mondo. Ma la modernizzazione esige anche che dopo una fase di libertà estrema delle forze economiche dominanti arrivi una fase opposta dove compaiono nuovi interventi pubblici promossi da sindacati e partiti che vogliono soprattutto una redistribuzione del reddito. Questa alternanza rappresenta la formula di base dello sviluppo economico. Non c'è sviluppo senza capitalismo e senza anticapitalismo. Ma molti preferiscono, alla successione di queste due fasi, un sistema misto permanente che combini accumulazione e redistribuzione. È questo sovente il caso degli europei e, in particolare, dei tedeschi, che hanno appena votato per un'economia aperta e competitiva, ma anche per il mantenimento della Sozialmarktwirtschaft (economia sociale di mercato), che è una delle forme principali di quello che Delors ha definito "il modello sociale europeo.
Il problema reale di fronte a cui ci troviamo è di scegliere, non tra capitalismo e socialismo, ma tra il sistema dell'alternanza e quello della combinazione permanente di un'economia aperta e di una forte azione di redistribuzione. Gli avversari dell'alternanza temono che questo sistema rafforzi le tensioni e i conflitti sociali. I nemici dei sistemi misti temono che la redistribuzione non vada a beneficio dei poveri ma di determinati settori delle classi medie, in particolare nel settore pubblico. I sostenitori del capitalismo, da parte loro, accusano i loro avversari di entrambi i campi di spingere talmente in là il Welfare State da strozzare la crescita e creare un deficit di bilancio che può essere colmato solo facendo crescere il debito pubblico, quindi attraverso un prelievo anticipato sul reddito della generazione successiva. Quale posizione bisogna adottare oggi? La risposta deve tener conto della nostra situazione storica. Noi viviamo, dall'inizio degli anni 70, in una fase che viene definita neoliberista, e che ha preso il posto dell'economia "amministrata" che dominava la maggior parte del mondo all'indomani della Seconda guerra mondiale. Questo successo del capitalismo è stato amplificato dalla globalizzazione che ha accresciuto la libertà delle imprese, soprattutto di quelle finanziarie, rispetto agli Stati e soprattutto ai sindacati, che in molti Paesi stanno perdendo di importanza. Oggi, l'opinione pubblica tende a chiedere un riequilibrio in favore dei salariati e delle spese sociali. È sbigottita dalle notizie degli scandali che sono avvenuti nelle grandi imprese, e dalla pioggia d'oro che ricevono molti manager. I lavoratori si indignano per il fatto che le loro imprese vengano delocalizzate anche quando sono in attivo e realizzano profitti. I movimenti no global, meglio definibili come altermondialisti, organizzano forum e grandi raduni in tutte le parti del mondo. Ad attenuare questa pressione gioca il fatto che gli eventi che dominano l'attualità non sono di natura economica, ma religiosa e militare. Malgrado questi ostacoli esiste, in particolare in Europa, un'evoluzione dell'opinione pubblica a favore di nuovi interventi dello Stato, e soprattutto contro la creazione di un'Europa alla Thatcher. L'opinione pubblica non vuole che la riforma necessaria del servizio sanitario e delle pensioni si traduca in una limitazione delle prestazioni. Formulata in questi termini, la risposta alla domanda che abbiamo posto appare evidente: l'opinione pubblica si aspetta dai dirigenti che mettano dei limiti all'onnipotenza dei mercati e delle imprese. Chiede una "sterzata" a sinistra. Ma una simile risposta non può bastare, perché non dice come, sotto la pressione di quali forze, si possa ottenere un cambiamento di direzione. I sistemi di previdenza sociale, creati all'indomani dell'ultima guerra, sono stati introdotti su iniziativa dei sindacati, e per proteggere soprattutto i lavoratori contro i rischi che li minacciano: incidenti, disoccupazione, malattia, vecchiaia. Chi può interpretare oggi quel ruolo motore che svolsero i sindacati mezzo secolo fa? Chi può dirigere una lotta per un nuovo sistema di protezione sociale che non riguardi soltanto i lavoratori, che protegga tutti contro nuovi rischi e nuove disuguaglianze: dipendenza senile, malattie mentali, conflitti tra minoranze, conseguenze della delocalizzazione, disuguaglianza di possibilità alla scuola, ecc. Una simile pressione, che i partiti e i sindacati sono incapaci di esercitare, può essere esercitata da movimenti di base, associazioni, ong, in parole povere da quella che viene definita la società civile. Ma oggi non assistiamo a un rafforzamento di questo tipo di azioni di base. Stanno anzi perdendo forza in certi settori. Quantomeno nel caso italiano, è al governo che bisogna guardare. Malgrado la sua risicata vittoria elettorale, gode già di una forte riserva di sostegno nell'opinione pubblica, e questo sostegno aumenta. È probabilmente una tendenza generale nel mondo attuale, questa di limitare il sistema neoliberista e di incaricare il potere politico di difendere meglio la popolazione non privilegiata. Dopo trent'anni di supremazia nel dopoguerra, l'economia amministrata è stata sostituita dal neoliberismo. Trent'anni sono passati. Ma non è il momento di far pendere la bilancia nell'altra direzione? (Traduzione di Fabio Galimberti) (31 agosto 2006)

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mercoledì, agosto 30, 2006

Che cosa vuol dire definirsi socialisti

POLITICA A SINISTRA

di JOHN LLOYD IL PARTITO

Il partito dei socialisti europei ha un motto: "Socialisti e fieri d'esserlo!". Può anche essere che ne siano fieri, ma definirsi socialisti è fare un torto alla lingua. Se "socialista" vuol dire qualcosa, infatti, il Pse non può continuare a definirsi tale. Si tratta di altra cosa, di qualcosa di ragionevolmente diverso da un partito di destra, ma non socialista. Sarebbe auspicabile che la politica europea lo capisse. Si prendano in considerazione le situazioni dei principali partiti della sinistra in Europa. Al potere da più tempo di qualunque altro è il Partito Laburista britannico, e nessuno dei suoi leader - tanto meno Tony Blair - lo definirebbe socialista; di tanto in tanto egli arriva a parlare di socialdemocrazia. I Socialdemocratici tedeschi, facenti parte della coalizione guidata dalla cristiano-democratica Angela Merkel, non sono in grado di concludere molto di per sé, tranne - come al momento - determinare un impasse nel processo politico interno. Perfino i socialisti spagnoli - la vittoria dei quali l'anno scorso è sopraggiunta del tutto imprevista, ma che da allora sono stati in grado di consolidare il loro potere in modo sbalorditivo sotto la leadership di Josè Zapatero - più che in una riforma economica in senso socialista, sono impegnati nella liberalizzazione della società. In Svezia i socialdemocratici sono un partito quasi permanentemente al governo, e sono in quella condizione perché hanno assunto una posizione sempre più centrista. Nei Paesi Bassi un partito laburista non al potere è alla ricerca di nuove posizioni principalmente in tema di immigrazione in un Paese nel quale si è andata gradualmente rafforzando l'opposizione all'arrivo di altri immigrati e nel quale si sta assumendo un atteggiamento molto più rigido nei confronti dell'Islam radicale. In Francia i socialisti subiscono ancora le conseguenze della loro drammatica sconfitta del 2002 e della loro profonda spaccatura in relazione all'Europa, mentre la candidata favorita alla presidenza, la popolare Segolene Royale, sta a poco a poco virando verso posizioni sempre più centriste - si potrebbe quasi chiamarle di destra - e proprio queste la rendono così popolare.
In Italia, dopo un periodo turbolento - che per molti aspetti potremmo definire vergognoso - di governo della destra, è andata al potere la sinistra e l'Unione delle sinistre ha già iniziato a fare quello che il governo di destra non ha fatto: liberalizzare l'economia. Si tratta di qualcosa di necessario, che non si può dire appartenga alla politica della sinistra. Al tempo stesso, la sinistra si è presa l'arduo compito di unire i principali partiti che la compongono e questo deve alimentare un dibattito su ciò che la sinistra incarna. Tale operazione assomiglierà al dibattito che ha dato vita al New Labour all'inizio degli anni Novanta, anche se avrà luogo in circostanze ancora più complesse. Tutti i partiti della sinistra europea, di tradizioni quanto mai diverse e che devono far fronte a problemi nazionali quanto mai disparati, sono simili per taluni aspetti fondamentali. Non credono più - o almeno non agiscono più in base alla convinzione - che provvedimenti socialisti in campo economico sosterranno la crescita e nemmeno, su un periodo più lungo, l'impiego. Sono alle prese con una reazione violenta, comune a tutta Europa, nei confronti dell'immigrazione, e con la paura per l'Islam radicale, per contrastare le quali devono mettere a punto precise metodologie politiche. Infine, vedono il loro elettorato tradizionale, la classe lavoratrice organizzata in sindacati, continuare a ridursi sempre più. Negli ex stati comunisti, la vita dopo il comunismo si è rivelata assai dura per i partiti democratici di sinistra che hanno dovuto combattere per conquistare potere politico. In Europa tra i partiti di sinistra e quelli di destra esiste - o può esistere - una differenza di pratiche e di principi: il Pse si esprime al meglio nel perseguire un modello sociale europeo, che conterà su un'alta imposizione fiscale per supportare un welfare state relativamente generoso, buoni servizi sanitari, un'educazione pubblica e un'alta spesa per le infrastrutture pubbliche. Questa è la socialdemocrazia, ma è stata, più o meno, altresì la prassi seguita da molti dei partiti di centrodestra in Europa (ma non nel Regno Unito dagli anni Settanta in poi). Un accordo de facto tra centrosinistra e centrodestra sulla conservazione di un welfare state generoso e interventista non è sparito, anzi è così forte che un governo guidato da Silvio Berlusconi - che si definiva uno che avrebbe affrancato l'economia italiana dalle sue catene corporative - ha fatto davvero poco per cambiarne la compagine di fondo. Che cosa attenderci, di conseguenza, allorché eleggiamo un governo di sinistra? Non più una trasformazione economica; non più un automatico approccio liberale alle questioni sociali e a quelle correlate all'immigrazione; non più, neppure, un sostegno ai lavoratori. Ci aspettiamo piuttosto un approccio maggiormente sociale; un atteggiamento maggiormente liberale nei confronti delle questioni sociali e individuali; un'enfasi maggiore sull'integrità; una maggiore volontà di promulgare leggi rispettose dei diritti delle donne. Tutte queste differenze sono importanti: possono voler dire un cambiamento in meglio nei diritti e nelle vite delle persone. Ma si tratta, nondimeno, di differenze relative, perché dai governi di destra non ci aspettiamo che siano contrari a queste cose, quanto meno non in modo esagerato e drastico. Esistono, è ovvio, ragioni precise per le quali i partiti non possono repentinamente cambiare i concetti nei quali credono, anche se non agiscono in base ad essi già da tempo. C'è la tradizione - spesso una tradizione di lotta, talvolta di oppressione, che non può essere accantonata alla leggera. Forse è perché il Labour Party britannico non è mai stato oggetto di repressione da parte delle forze di una destra totalitaria - come in Germania, Italia e Spagna - che esso è stato capace di cambiare così radicalmente e apertamente come ha fatto. Ci sono i membri di partito, molti dei quali restano aggrappati all'idea che il socialismo può prevalere. E c'è infine l'opposizione della destra che tende - come del resto tutte le opposizioni - a costringerli a caratterizzarsi come rivali della destra, obbligandoli di conseguenza a rimanere attaccati al nome di socialisti. Una delle ragioni migliori è che il socialismo - il socialismo democratico - ha ottenuto tanti buoni risultati nel secolo o poco più dacché esiste. Le sue due degenerazioni totalitarie - il nazionalsocialismo e il comunismo - non possono di per sé inficiare la forza grazie alla quale il socialismo progressista, di importanza secondaria prima della seconda guerra mondiale, da allora è di importanza primaria. Le pressioni popolari per una società più equa sono state espresse dai partiti democratici socialisti e sostenute al governo. Laddove nella seconda metà del secolo scorso sono rimasti in carica regimi autoritari - come in Spagna, Grecia e Portogallo - i socialisti vi si sono opposti e dopo la loro caduta, una volta al governo, hanno fatto molto per porre rimedio ai danni inferti alle rispettive società. Hanno contribuito a dare dignità e sicurezza ai lavoratori; hanno dato voce ai valori della tolleranza e del liberalismo nelle questioni sociali; e a livello internazionale si sarebbero ritrovati schierati per la pace e la riconciliazione. In effetti, il fatto stesso che il centrodestra non possa più mettere seriamente in discussione questi risultati, è un riconoscimento al loro successo. Per questo successo, però, si sono trasformati di continuo. L'essenza del centrosinistra è la sua flessibilità, che i suoi oppositori chiamano opportunismo, ma che di fatto è una ponderata agnizione dei cambiamenti socio-economici. In questa fase della storia europea, il socialismo - se con questa parola si indica un insieme di misure economiche e sociali, più che una memoria storica - non ha più significato: se fa appello ai militanti più anziani, non da più la carica ai giovani; se evoca la visione di un grande passato, ipoteca il futuro. Tuttavia esiste ancora un ambito di politica progressista del quale è erede la sinistra. È la politica che ricorre a una varietà di mezzi, compresi i meccanismi di mercato, per far sì che i servizi forniti alla società - come la sanità, l'educazione, le pensioni - siano efficienti e al contempo adeguatamente finanziati. La liberalizzazione dell'economia, del genere di quella che sta al momento perseguendo l'Unione di sinistra, scatenerà sempre la collera delle categorie che hanno ricavato beneficio dal regime di monopolio, ma laddove la liberalizzazione stimola la caduta dei prezzi dei servizi e dei prodotti, come spesso accade, allora arrecherà beneficio a una più vasta fetta dell'elettorato. La sinistra è stata propensa a essere liberale nelle tematiche sociali e ancora può esserlo. Come forza laica, essa fornisce spazio all'espressione artistica e personale che preferisce la partecipazione attiva alla passività. Può esprimere un ottimismo sociale che incoraggia l'impegno comune a migliorare l'ambiente, ad assistere le persone più vulnerabili e a portare aiuto a quella vasta parte di mondo tuttora sprofondata nell'indigenza. Può benissimo esprimere opposizione alla tirannia in altri Paesi e indicare - anche adesso che il progetto di liberare l'Iraq si impantana - una strada migliore per togliere dall'oppressione i popoli tuttora gravati da un regime totalitario. Più di ogni altra cosa, la sinistra ha la capacità di dare una visione a una società che ancora esige valori in cui credere. Questa visione deve essere pluralista, lasciare spazi e possibilità di evoluzione a fedi e principi che non sono necessariamente quelli della sinistra. Ma deve anche avere una propria integrità, quella della solidarietà, dell'apertura a dialogare, della volontà a trovare compromessi. Deve continuare la sua lotta per una democrazia in senso più ampio, non contro la dittatura - come adesso, quanto meno in Europa - ma contro l'apatia e la frammentazione della società. Tutto ciò fa parte della sua eredità e potrebbe essere parte del suo futuro. Creare un nuovo partito a partire da quelli esistenti - come adesso ha occasione di fare la sinistra italiana - potrebbe voler dire ridefinire e dare nuovo vigore a una politica progressista per questo secolo. A livello europeo, potrebbe offrire ai partiti europei della sinistra una base a partire dalla quale proporre la modernizzazione delle loro rispettive società. Se il Pse non può più dire "Socialisti e fieri di esserlo!", può essere tuttavia davvero fiero di quello che potrebbe diventare: una forza a favore della democrazia, della solidarietà popolare e dell'internazionalizzazione della libertà. (Traduzione di Anna Bissanti) (22 agosto 2006)

Il socialismo è morto ma la sinistra no

POLITICA A SINISTRA

LA DISCUSSIONE. "L'idea morta nell'89, ma i valori sopravvivonoNon è di destra dare risposte efficaci alla sfida del terrorismo" .

Il socialismo è morto ma la sinistra no
di ANTHONY GIDDENS
Il socialismo è morto. La data precisa del decesso è nota - il 1989 - ma già da tempo la sua salute era malferma. Per tutta la durata della sua storia il termine stesso di "socialismo" è stato conteso e rivendicato da gruppi politici d'ogni sorta, dai comunisti agli anticomunisti. La storia della sinistra è costellata di infinite dispute sul suo significato. In passato, la principale linea di demarcazione passava tra la sinistra rivoluzionaria e quella riformista. La prima non credeva nella possibilità di una trasformazione della società attraverso i metodi parlamentari. In tempi relativamente recenti, il libro di Ralph Miliband Socialismo parlamentare è stato considerato un testo chiave, largamente adottato dalle università in molte parti del mondo. Secondo le tesi di Miliband, una società socialista non avrebbe potuto nascere attraverso una vittoria elettorale, ma solo per vie extraparlamentari, dato che i socialisti dovevano trasformare lo Stato in quanto tale. Altri esponenti della linea rivoluzionaria, di tradizione sia leninista che trotzkista, mantenevano però un atteggiamento meno categorico di quello di Ralph Miliband nei confronti della "democrazia borghese". Per converso, e a partire dall'opera di Eduard Bernstein, il socialismo riformista si era proposto di conseguire il cambiamento sociale passando per il parlamento e per la democrazia elettorale. Quasi tutte le attuali formazioni di centro-sinistra hanno origine da figure fondatrici della stessa area. Una delle maggiori ironie della storia è il fatto che il socialismo rivoluzionario, determinato a trasformare profondamente il mondo e apparentemente impegnato in quest'opera per mezzo secolo, è scomparso quasi senza lasciare traccia.
Ormai continua ad esistere solo in regimi che hanno dimostrato di non avere un futuro, come quello cubano, o sopravvive come una flebile eco in paesi quali la Cina o il Vietnam. La stessa idea di un superamento del capitalismo attraverso una rivoluzione politica laica è quasi del tutto scomparsa. La sinistra estrema di oggi si definisce solo in termini di contrapposizione - a volte "anti-capitalista", ma più spesso "no global". Se si eccettua l'Islam radicale, i rivoluzionari in politica ormai non esistono più. Perché l'idea centrale che ha fatto da propulsore al socialismo rivoluzionario, la nozione alla base della definizione stessa del socialismo - l'idea cioè che un'economia controllata e rispondente ai bisogni umani possa sostituirsi ai meccanismi dei prezzi e del profitto - una volta messa alla prova, è fallita dovunque. Era un'idea sbagliata. Il socialismo riformista ha creduto in un'economia mista. Ha ritenuto possibile imbrigliare le irrazionalità del capitalismo riservando allo Stato un ruolo parziale nella vita economica. I "settori chiave" dell'economia - quali i trasporti, le comunicazioni, l'industria siderurgica, il carbone e l'energia elettrica - dovevano rimanere sotto il controllo dello Stato. Dopo la seconda guerra mondiale, per vari decenni in Occidente questo "compromesso" era sembrato in grado di funzionare: non però grazie ai meriti del socialismo di per sé, bensì per quelli della teoria economica formulata da un liberale, John Maynard Keynes. Lo Stato ha potuto così esercitare sull'economia un controllo generale regolando la domanda, mentre il welfare forniva una rete di sicurezza quando le cose non andavano per il verso giusto. Oggi la domanda chiave è se anche questo tipo di socialismo sia morto. La mia risposta è un chiaro sì: non vi sono eccezioni alla netta, inequivoca constatazione con cui ho iniziato quest'articolo. Il più delle volte, lo stato ha dimostrato la sua inadeguatezza nella conduzione diretta delle imprese. D'altra parte, la gestione della domanda in senso keynesiano ormai non è più efficace, e può anzi diventare controproducente nel contesto di un mercato globale. Cosa rimane dopo la fine del socialismo? O in altri termini, cosa resta della sinistra? (NdT: in inglese la domanda è un bisticcio: what is left of the left?) Ricordo le interminabili discussioni su questi temi ai convegni degli anni '90. Le risposte (almeno a mio modo di vedere) sono oggi più chiare di allora. La sinistra è sopravvissuta alla fine del socialismo. Esiste una chiara linea di discendenza dal socialismo riformista agli attuali partiti di centro-sinistra, ma in termini di valori assai più che politici. La sinistra sostiene una serie di valori quali l'egualitarismo, la solidarietà, la tutela dei più vulnerabili, così come la convinzione che l'azione collettiva sia necessaria all'efficace perseguimento di questi obiettivi. Il concetto di "azione collettiva" è riferito non solo al ruolo dello Stato, ma anche a quello di altri organismi della società civile. Tuttavia oggi la sinistra non può più definirsi semplicemente negli stessi termini del socialismo d'un tempo, come la via per limitare i danni inflitti dai mercati alla vita sociale. Se è vero che il capitalismo ha tuttora bisogno di regole, oggi il compito dei governi è quello di favorire un miglior funzionamento dei mercati, di espandere il loro ruolo, piuttosto che ridurlo. Non ha senso contestare come antioperaia la politica di liberalizzazione del mercato del lavoro, che con ogni ragione il nuovo governo italiano sta tentando di portare avanti. L'attuale compartimentazione del mercato del lavoro in Italia non contribuisce minimamente a promuovere la causa della giustizia sociale, ma rappresenta al contrario uno dei fattori di aumento della disoccupazione, oltre ad aggravare l'insicurezza di chi lavora nei settori informali e non protetti. Nei paesi scandinavi, che in Europa hanno raggiunto il grado più elevato di giustizia sociale, il mercato del lavoro è stato oggetto di riforme radicali. La sinistra non può più definirsi in contrapposizione alle riforme del welfare. Come ho già ricordato, lo stato sociale è nato come rete di sicurezza, che subentra quando si perde il posto di lavoro, si divorzia, ci si ammala o si invecchia. Alcune di queste funzioni permangono, ma oggi il welfare deve assumere sempre più le caratteristiche di un meccanismo di investimento sociale. In un'era di libertà individuali e di aspirazioni sempre maggiori, dobbiamo investire nelle persone per aiutarle ad aiutarsi da sé. Il sistema scolastico dev'essere riqualificato in maniera radicale per consentirci di affrontare un mondo sempre più competitivo; e occorre inoltre facilitare l'accesso a un'istruzione superiore di alta qualità, e aprire percorsi formativi anche alle fasce di età più avanzata. La sinistra non può più definirsi nei termini di una concezione classica delle libertà civili. Non è di destra ammettere che la criminalità e il disordine sociale rappresentano un grave problema per molti cittadini. Non è di destra sostenere che l'immigrazione dovrebbe essere controllata, o chiedere agli immigrati di farsi carico di una serie di responsabilità civili, ivi compreso l'obbligo di apprendere la lingua nazionale. Non è di destra cercare di dare risposte efficaci al terrorismo. Le nuove minacce terroristiche cui le società occidentali devono far fronte non sono paragonabili a quelle dei tempi delle Brigate rosse, o al terrorismo "locale" dell'IRA o dell'ETA. Il terrorismo di tipo nuovo è più globale, e potenzialmente di gran lunga più letale. Il diritto di sentirsi al sicuro dalla violenza terroristica è di per sé una libertà importante, che va ponderata rispetto alle altre. Infine, la sinistra ovviamente non può più definirsi in contrapposizione alla democrazia parlamentare. Il multipartitismo ha i suoi difetti, ma l'alternativa non può essere il cosiddetto "Stato del popolo". La rappresentanza popolare di stampo sovietico si è dimostrata tutt'altro che democratica. Oggi la sinistra deve dare la sua piena adesione al pluralismo, sia in campo politico che nel più ampio contesto sociale. Sono favorevole all'idea della creazione di un partito unificato della sinistra in Italia. Non se so in pratica ciò sarà possibile: dopo tutto, in passato la sinistra è stata ripetutamente affondata dalle scissioni e divisioni al suo interno. Ma credo che la sinistra post-socialista possa e debba essere più ecumenica di quanto tendesse a esserlo la sinistra radicale. E' necessario continuare a innovare in politica, per poter essere in grado di portare avanti i valori della sinistra in un mondo di massicce trasformazioni sociali. Ma l'innovazione politica può nascere solo dal libero scambio delle idee, non certo da un chiuso dogmatismo. (Traduzione di Elisabetta Horvat) (29 agosto 2006)