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mercoledì, settembre 06, 2006

“Il progetto liste civiche più che mai attuale in Veneto”

COMUNICATO STAMPA

Interviene il Consigliere Regionale Marco Zabotti (lista civica Per il Veneto con Carraro)
“massimo carraro risorsa preziosa per la politica veneta”

“A Massimo Carraro il centro-sinistra della nostra regione deve innanzitutto rispetto e gratitudine per il servizio svolto in questi anni nelle istituzioni, dapprima al Parlamento Europeo e poi come Consigliere Regionale del Veneto.

A qualche “vip” della coalizione, infatti, nelle dichiarazioni rese in questi giorni a commento delle sue dimissioni dall’Assemblea Veneta, sembra sfuggire il senso e la portata dell’impegno realizzato da Massimo Carraro in particolare con la sua candidatura alla presidenza del Veneto alle regionali 2005, nelle quali l’imprenditore padovano raggiunse un traguardo di consensi molto significativo, 42 % in termini elettorali, il più alto registrato finora.

Sembra in verità esistere quasi una corsa a rimuovere questo dato, a chiudere in fretta una parentesi, ad evitare una riflessione approfondita sulla situazione della coalizione in Veneto e sulle difficoltà di una strategia politica complessiva, ragioni che hanno avuto un peso rilevante nella scelta finale di Carraro di lasciare Palazzo Ferro-Fini.

In questo contesto sottolineo come il collega Bettin abbia messo in luce – anche come fattore di espansione elettorale dell’Unione – un elemento che aveva segnato in maniera originale la coalizione “Uniti per Carraro” alle Regionali 2005, ossia la presenza di una lista civica direttamente collegata al candidato presidente, “Per il Veneto con Carraro”, capace di raccogliere sul campo un lusinghiero consenso (quasi 110.000 voti e 4,6%) e di garantire allora l’elezione di due consiglieri.

E se ricordiamo oggi l’articolazione ampia di quella coalizione, la capacità di coinvolgimento di realtà e soggetti esterni ai partiti, la fiducia, il coraggio e l’entusiasmo che segnarono l’impresa di Carraro, con una determinazione e voglia di vittoria lontane mille miglia dallo “sconfittismo” di vari altri momenti elettorali, è per sottolineare la necessità che Massimo Carraro sia considerato per il futuro una risorsa preziosa per la politica veneta, una personalità di riferimento capace di interloquire con i mondi vitali della società e dell’economia, delle amministrazioni locali e dell’associazionismo, ambiti che avevano risposto positivamente alla sua candidatura alla guida del governo del Veneto.

Quella sfida non si è conclusa, anzi rimane più che mai attuale.
E se ora Carraro rivendica giustamente la libertà di tornare a fare politica nella società civile per una nuova progettualità ispirata a valori e passione civile, la lista civica “Per il Veneto con Carraro” continuerà la sua presenza nell’istituzione regionale per testimoniare la fedeltà a quell’esperienza e per significare la validità e vitalità per l’oggi di quella scelta innovativa, attuata e difesa con coerenza ben oltre visioni e schemi politici spesso scontati e datati.

Di sicuro sarà consolidato il lavoro sin qui svolto dai civici veneti, anche in vista delle prossime scadenze elettorali amministrative: in questi quindici mesi, infatti, il gruppo regionale “Per il Veneto con Carraro” ha operato in stretta sintonia con la Rete Civica Veneta, che può contare su una vasta rete di amministratori locali e di persone di riferimento, su un coordinamento regionale e sull’attività di cinque associazioni provinciali costituitesi ufficialmente nell’ultimo anno a Vicenza, Venezia, Treviso, Padova e Verona.

Il progetto civico, dunque, continuerà in Veneto per rafforzare l’intuizione di Massimo Carraro, con l’impegno di poter contribuire al rinnovamento della politica valorizzando innanzitutto le persone e il territorio, con l’attenzione ai temi fondamentali della qualità della vita. A fianco dei partiti, certo, non in contrapposizione ad essi, offrendo e chiedendo al tempo stesso alla coalizione rispetto e dialogo, confronto e collaborazione, avendo trovato nel corpo vivo dell’elettorato della nostra regione la forza e la legittimazione del consenso per servire valori e programmi nell’interesse del Veneto”.

Marco Zabotti

Capogruppo lista civica “Per il Veneto con Carraro”

martedì, settembre 05, 2006

Diego Bottacin, coordinatore regionale ..."Niente fughe in avanti sul partito democratico"

Martedì, 5 Settembre 2006 dal www.gazzettino.it

Diego Bottacin, coordinatore regionale ...
Diego Bottacin, coordinatore regionale veneto della Margherita, frena, dopo l'affondo di Cacciari che commentando le dimissioni di Massimo Carraro da consigliere regionale ha detto: invece di perdere tempo a cercare un leader, Margherita e Ds veneti, senza aspettare Roma, si muovano subito verso il Partito Democratico. Niente fughe in avanti afferma Bottacin: prima occorre chiarire cosa serve il nuovo soggetto politico, i suoi contenuti e gli obiettivi comuni. E soprattutto basta «con Roma docet».
Padova 01/09/2006 dal sito www.margheritaveneto.org
Federalismo, Forza Italia poco credibile, il dialogo sarà con la Lega
Il coordinatore della Margherita del Veneto Diego Bottacin invita gli azzurri a fare un salto al mare, a Caorle, prima di andare a Cortina. “A Forza Italia servono ripetizioni di federalismo”Leggo dai giornali che l’happening azzurro di Cortina sarà quest’anno all’insegna del federalismo e della campagna per il Nord. Meglio tardi che mai. Faccio fatica, tuttavia, a credere a quest’ennesimo cambio di marcia degli azzurri veneti e di Galan, che ha riscoperto improvvisamente il filone aureo del federalismo. In cinque anni non è riuscito a fare lo Statuto del Veneto, né una proposta per ottenere maggiore autonomia per il Veneto, cosa possibile con la Costituzione vigente come modificata dal nuovo Titolo V ben cinque anni fa. Cinque anni di silenzio e di totale subalternità a Roma. E ora, perché a Roma non c'è più il padrone, si torna sulle barricate? Non ci crede nessuno! In ogni caso invito gli organizzatori della kermesse forzista, Remo Sernagiotto e Leo Padrin in particolare, a farsi un giretto al mare prima di andare in montagna. Vengano a Caorle, dal 4 al 10 settembre, durante la Festa nazionale della Margherita, dove potranno certo trovare idee utili su come il Veneto possa realizzare davvero il federalismo, a partire dalla Costituzione vigente, senza che occorra suonare il corno di guerra contro il governo. In particolare parleremo di questi temi il 7 e il 9 settembre con due tavole rotonde di grande interesse: “La sfida del Nord: politica, territorio, impresa” e “L’Italia delle differenze: il federalismo possibile”. Chissà che non siano momenti di approfondimento illuminanti, ripetizioni utili, per chi governa da dieci anni (con poche idee e ancor meno fatti) la nostra regione. Sul tema del federalismo, tuttavia, la Lega mi sembra un interlocutore più credibile di Forza Italia: nonostante l’errore della devolution, considerata tale anche dagli italiani, il Carroccio ha tuttavia mantenuto fermo negli anni questo obiettivo. Ora che il suo leader Umberto Bossi ha rilanciato la battaglia per l’autonomia del Nord a partire dalla Costituzione vigente, mi sembra che un genuino e produttivo dialogo tra Margherita e Lega su questi temi ci potrà essere. Un dialogo finalizzato a ottenere finalmente il federalismo fiscale per il nostro territorio.
Coordinatore regionale della Margherita

Il male oscuro del Nordest

L’OSSERVATORIO DEL NORDEST
Il male oscuro del Nordest (Gazzettino) di Ilvo Diamanti
Il Nordest e, in particolare, i veneti non hanno fiducia nello Stato. Magari non pensano che Roma, il governo, la burocrazia, siano il "kankaro d'Italia", come recita una tradizionale invettiva popolare, rilanciata dalla Liga Veneta oltre vent'anni fa, e riprodotta, allora, un po' ovunque.
Sulle strade, sui muri, sui cavalcavia. Tuttavia, l'Osservatorio sul Nordest di Demos conferma che questa immagine trova ancora largo credito, fra i cittadini. Appare, infatti, largamente condivisa. In Veneto e in Friuli Venezia Giulia. Soprattutto fra le casalinghe, i pensionati, fra i lavoratori autonomi, fra gli elettori di centrodestra, il distacco risulta ampio. Tuttavia, risulta sensibile anche fra gli altri settori della società. Ad esempio, più di metà degli elettori di centrosinistra ritengono che il Nordest dia molto più di quel che gli viene restituito, dallo Stato.
Meno del 10% dei cittadini, inoltre, senza alcuna differenza di orientamento politico, ritiene che, nell'ultimo anno, l'attenzione dello Stato nei confronti della loro Regione sia cresciuta. Nonostante le elezioni politiche abbiano determinato un cambio di maggioranza e di governo. Anche durante gli anni del secondo governo Berlusconi, d'altra parte, l'atteggiamento dei cittadini del Nordest esprimeva la sfiducia nei confronti delle istituzioni dello Stato e di Roma. Ciò significa che il retroterra politico conta, in questo orientamento, ma non in misura determinante. Il Veneto, in particolare, è ormai diventato la regione più a destra d'Italia. Tale si è confermata nelle consultazioni elettorali degli ultimi due anni. Ma, nonostante l'andamento contrastante del voto, il suo atteggiamento non è cambiato. E' insoddisfatta dello Stato oggi, che, politicamente, sta all'opposizione. Ma lo era anche ieri, quando stava al governo. Quando, cioè, c'era coerenza tra il colore politico del governo regionale e nazionale. La ragione di questa insoddisfazione, dunque, ha spiegazioni diverse. Più profonde.
La politica le riflette e le rende visibili, ma da sola non riesce a spiegare tanto distacco, tanto disincanto. Il filo che legava il Nordest allo Stato, infatti, si è spezzato da tempo. Venticinque anni fa. Fino ad allora quest'area era la più "governativa" d'Italia. La "zona bianca", la principale roccaforte che garantiva i consensi alla Democrazia Cristiana, il partito che ha governato il Paese sempre, nel corso della prima Repubblica. Poi, all'improvviso, quasi senza preavviso, alle elezioni del 1983 esplose il fenomeno della Liga Veneta. Che si affermò a Belluno, Treviso, Vicenza, Padova, Verona. Annunciando quella novità politica, l'autonomismo, la protesta anticentralista, che in seguito avrebbe contagiato tutte le altre regioni del Nord, ma soprattutto la Lombardia, caratterizzando non solo l'ultimo scorcio della prima Repubblica, ma anche quel che sarebbe venuto più tardi (seconda Repubblica? Transizione? Le ipotesi e le definizioni, al proposito, sono contrastanti). La "zona bianca", da allora, divenne "verde". Il consenso lasciò posto all'insofferenza e al malessere. Senza soluzione di continuità. Fino ad oggi. Cosa c'è dietro tanta insofferenza verso lo Stato? Una miscela di elementi diversi, uno dei quali, tuttavia, ci sembra particolarmente importante. Il mancato riconoscimento dei cambiamenti avvenuti, nell'economia e nella società. La terra dei poareti, la periferia dello sviluppo economico e del potere politico, l'area che sta a Nord di Roma e ad Est di Torino: è cambiata. E' diventata ricca, sviluppata, dinamica, globalizzata. Senza essere riconosciuta come tale. Vent'anni fa: era percepita da tutti, ancora, come il Sud del Nord. Senza, peraltro, goderne almeno i benefici. Nel senso che era considerata ancora una zona "in via di sviluppo" (alcuni dicevano: di "sotto-sviluppo"). Ma non per questo intercettava risorse pubbliche paragonabili a quelle che confluivano nel Mezzogiorno. Per cui la "protesta", espressa attraverso il voto alla Lega, aveva allora un duplice significato. Serviva a dichiarare, a gridare, che lo sviluppo si era spostato a Nordest. Ma il potere e le risorse no. Il potere: continuava a risiedere a Nordovest -quello economico- e a Roma -quello politico. Mentre le risorse pubbliche erano destinate soprattutto al Sud. Il malessere, la protesta: erano segnali, forti, che sottolineavano una estesa domanda di riconoscimento. Di riequilibrio. La periferia dello sviluppo era divenuta crocevia dell'economia europea e mondiale, soprattutto dopo la caduta del muro. Occorreva che lo Stato ne prendesse atto. Che gli italiani lo "accettassero". Occorreva, cioè, che l'immagine dell'uomo-del-nordest, mansueto e sottomesso, cambiasse. Occorreva, inoltre, che al Nordest venisse attribuito quel che gli spetta. Rappresentanza e risorse. Perché un'area sottoposta alla competizione globale deve essere competitiva, dal punto di vista territoriale: disporre di servizi, infrastrutture, peso politico. Da ciò la protesta, contro tutti i governi. Indipendentemente dal colore politico. La rivendicazione di autonomia, in-dipendenza, strade, strumenti e strutture per lo sviluppo e per l'innovazione. Una tendenza e una tensione che il tempo non ha ridimensionato. Anche perché i problemi del Nordest, invece di essere risolti, si sono amplificati.Certo, oggi il Nordest non è più sinonimo di dipendenza, arretratezza, marginalità. Al contrario: costituisce il caso esemplare dello sviluppo economico di piccola impresa. Espansivo, innovativo, propulsivo. Ed estensivo: capace, cioè, di coinvolgere una quota ampia della popolazione. Tuttavia, nel corso degli anni, il suo peso politico, in sede nazionale, non è cresciuto. Nei due ultimi governi non ha trovato posto neppure un ministro, di quest'area. Il crocevia dello sviluppo resta alla periferia del potere. Oggi, su 26 ministri, 9 sono "romani" e 4 vengono dal nordovest. Nessuno dal nordest. E' solo un segno, perché il "potere" non si misura solo in base al numero dei posti occupati nel governo. Tuttavia, questo indicatore qualcosa, comunque, significa. Significa, almeno, che "a Roma" la voce del Nordest continua a sentirsi poco. A echeggiare debole. Per questo i cittadini di quest'area gridano più forte di prima.Tuttavia, prendersela con gli altri è un'operazione terapeutica, ma non sempre efficace. Serve, talora, a mettere fra parentesi le proprie responsabilità. Il proprio male interiore. E, in qualche misura, il malessere del Nordest ha ragioni interne. L'esigenza di essere riconosciuti, riflette l'esigenza di "riconoscersi". Di guardarsi allo specchio e di scoprire che siamo cambiati profondamente. Che il nostro territorio è largamente saturo e deteriorato, che siamo invecchiati, che le nostre città non sono belle come un tempo, che i nostri legami sociali si sono usurati. Che siamo più ricchi ma anche più insoddisfatti. Che ci sentiamo "stranieri" in casa nostra, ma non solo e non tanto perché noi, popolo di emigranti, fino a ieri, oggi siamo diventati terra di immigrazione. Ma perché, spesso, i nostri vicini di casa sono "altri", di cui non conosciamo neppure il cognome. Gli "altri" imprenditori sono "concorrenti" da cui difendersi. Da tutto ciò nasce l'insoddisfazione che pervade la società del Nordest. La sua rabbia, che non trova quiete. Dalla frustrazione per non essere riconosciuta, in modo adeguato, dalla politica, dallo Stato. Dagli "altri". Dal malessere, che scava. Ogni volta che guardiamo intorno e dentro di noi. E stentiamo a riconoscerci.
Ilvo Diamanti

lunedì, settembre 04, 2006

Dimissioni Carraro da Consigliere Regionale

Domenica, 3 Settembre 2006
Venezia«Me ne vado non perchè voglio smettere di fare ...
Venezia
«Me ne vado non perchè voglio smettere di fare politica che anzi per me è una passione e un impegno civile che voglio continuare. Credo che il consiglio regionale del Veneto non serve a chi vuole esercitare la passione politica perchè è un luogo dove decisioni non se ne prendono e dibattiti politici non se ne fanno». Massimo Carraro, il candidato dell'Unione sconfitto da Giancarlo Galan nelle elezioni dell'anno scorso e leader delle opposizioni di centrosinistra a palazzo Ferro Fini, lascia la carica di consigliere regionale dopo appena diciassette mesi. Ha atteso la tornata elettorale di primavera, la formazione del nuovo Governo nel quale gli era stato offerto un ruolo di viceministro ritenuto incompatibile con la sua attività di imprenditore, l'opzione di Galan tra la carica di senatore e quella di governatore e ora lancia il dado ritenendo di non creare problemi all'interno del centrosinistra.
«Se Galan avesse un po' più di cultura politica - lancia una frecciata all'avversario - dovrebbe essere preoccupato del fatto che non c'è un organismo dove discutere i temi del futuro del Veneto. La verità è che la gestione della Regione del Veneto oscilla tra la propaganda pura e la gestione del potere nel senso più brutto del termine. E in nessuno dei due casi il consiglio regionale c'entra nulla: allora, siccome io non faccio il politico di mestiere e non ho bisogno dello stipendio, preferisco andarmene». Ma polemizza un po' anche con il centrosinistra accusando qualche consigliere di essere più interessato al piccolo cabotaggio («non è la maggioranza - precisa - però sotto c'è l'assenza di un progetto forte e alternativo: se non ho la convinzione che posso vincere mi adatto anche al piccolo cabotaggio») e il vicepresidente del consiglio Achille Variati della Margherita di inciuci sul federalismo fiscale («Galan fa solo demagogia: per cinque anni ha il Governo a favore e non fa niente, cambia il Governo e sostiene quella riforma che la Cdl aveva bocciato. Allora gli esponenti del centrosinistra dovrebbero avviare un insieme di proposte per avviare davvero in maniera seria il federalismo fiscale»).
«Non vedo nessun parallelo tra le due storie» commenta il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, che nel 2000 sfidò Galan nella corsa a governatore e fece per quasi tre anni il leader dell'opposizione prima di lasciare il consiglio per andare a fare il preside della facoltà di filosofia all'Università San Raffaele di Milano. «Intanto io ho mollato senza alcuna polemica - precisa - Ho mollato lasciando un gruppo compattissimo e combattivissimo dopo aver fatto per tre anni il portavoce dell'intero centrosinistra. Non so cosa sia successo in questi mesi in consiglio regionale, certo il consiglio conta o non conta a seconda di quello che uno lo fa contare e se sei all'opposizione conti meno che se sei al governo. Mi pare lapalissiano. Ricordo che al bilancio e in altre occasioni alcune battaglie sono riuscite e il clima nell'opposizione era positivo e molto unitario: sono stati anni che ricordo volentieri e non ho avuto la sensazione di totale e asfissiante inutilità provata in quei due anni che ho fatto al Parlamento europeo. Nè Galan mi ha mai comandato come del resto gli altri compagni e amici con cui ho lavorato, anche se è evidente che è il presidente e quindi quello che ha più potere».
«Dispiace che Carraro vada via dal consiglio perchè poteva essere una risorsa - evita le polemiche il vicepresidente Achille Variati pesantemente tirato in ballo - Una risorsa che non si è mai potuta esprimere forse per i tanti impegni che lui ha: la vita del consiglio presume un impegno a tempo pieno». «Quanto alle accuse non c'è nessuna connivenza - replica - Ho passato dieci anni in consiglio durante i quali sono stato, e lo sono tuttora, tra i più fieri oppositori della logica galaniana. Ho solo pensato che non basta la piccola polemica quotidiana, che non interessa assolutamente ai veneti: la logica di Carraro è una logica vecchia che non serve assolutamente a nulla. Non si tratta di connivenza, ma di una scommessa sul fatto che oggi, con un Governo di centrosinistra, si possa in maniera bipartisan passare dal federalismo chiacchierato, gridato e inconcludente a degli atti veri di maggiore capacità di autogoverno».
Giuseppe Tedesco

GIUSTIZIA, ECCO LE RAGIONI DELL’INDULTO

Mattino di Padova 04-08-06
Ho votato a favore dell’indulto con convinzione e sono intervenuto nel dibattito alla Camera. Credo che molte delle polemiche strumentali e demagogiche di questi giorni dipendano dalla scarsa conoscenza del provvedimento e mi pare, perciò, utile spiegarne le motivazioni in modo semplice e sintetico.
L’indulto non cancella il reato, riduce solo una parte della pena. Con l’indulto infatti si accorcia (al massimo di 3 anni) la permanenza in carcere dei condannati. L’indulto riduce il numero dei carcerati e migliora le condizioni delle carceri. I detenuti sono circa 60.000, mentre le carceri possono ospitare al massimo 43.000 persone. Oggi le prigioni sono luoghi disumani, dove molte persone, incarcerate per reati minori, entrano in contatto con la grande criminalità. Così non c’è prevenzione, né rieducazione; anzi, in carcere molti imparano a delinquere. L’indulto applica la Costituzione. La Costituzione deve essere applicata e difesa sempre, non solo quando conviene. L’articolo 27 dice che: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». L’indulto non è un colpo di spugna. L’indulto si applica solo dopo la sentenza di condanna. I processi si svolgeranno, i reati verranno perseguiti, le responsabilità accertate.
L’indulto favorisce la sicurezza dei cittadini. Con l’indulto sarà possibile cambiare le carceri e renderle luoghi per la rieducazione e il recupero dei detenuti, che devono uscire dalla morsa della criminalità. La sicurezza dei cittadini può aumentare solo se diminuisce il numero di chi commette reati. Inoltre, in cambio dello sconto di pena, il beneficiario non deve commettere reati nei 5 anni successivi, altrimenti l’indulto è annullato. Dall’indulto sono esclusi i condannati per i reati più gravi: terrorismo, mafia, devastazione e saccheggio, appartenenza a banda armata, violenza sessuale, tratta di esseri umani, usura, produzione e spaccio di grandi quantitativi di sostanze stupefacenti, sequestro di persona, pedofilia, discriminazione razziale. L’indulto non riduce le pene accessorie, che sono le più efficaci per i reati finanziari e contro la Pubblica Amministrazione. In questi casi contano l’accertamento delle responsabilità, delle connessioni, dei complici. Per i reati economici, fiscali, finanziari e di corruzione le cose importanti sono il risarcimento del danno, la restituzione del maltolto e le pene accessorie. L’indulto non salva i corrotti. Infatti, contrariamente a quanto Italia dei Valori e altri dicono in modo strumentale, tra i detenuti in carcere non ci sono politici corrotti. E, dunque, l’indulto non riguarda questa categoria di reati. Il Codice Penale punisce questo tipo di reati con pene detentive molto basse e, pertanto, i condannati scontano quasi sempre solo pene accessorie (come l’interdizione dai pubblici uffici). L’indulto è un provvedimento molto usato, che era previsto anche nel programma del centrosinistra Dal 1946 ad oggi ci sono stati 20 provvedimenti di indulto e 24 di amnistia, sempre con la finalità (raggiunta) di decongestionare le carceri. L’ultimo indulto risale al 1990; dal 2003 il Parlamento ha provato più volte ad approvare l’indulto senza riuscirci. Per questo, tutto il centrosinistra ha inserito l’indulto nel suo programma. L’indulto è solo il primo provvedimento per migliorare la sicurezza dei cittadini L’indulto è uno dei primi provvedimenti in materia di giustizia e sicurezza. Nei prossimi mesi andranno in discussione il disegno di legge per fermare le modifiche all’ordinamento giudiziario varate dalla destra, i provvedimenti per annullare le leggi «ad personam» che hanno favorito gli amici di Berlusconi, la riforma del Codice Penale, della legge sulla droga e di quella sull’immigrazione. Le scelte del centrosinistra sono in controtendenza con quanto è accaduto nella precedente legislatura, come si vede anche con l’indulto. In particolare è fondamentale ricostruire un clima di rispetto e di ascolto nei confronti della Magistratura, alla quale devono essere garantite l’autonomia e l’indipendenza previste dalla Costituzione. Solo così sarà possibile aumentare la sicurezza e far funzionare meglio la giustizia.
Alessandro Naccarato deputato veneto dell’Ulivo

Gallo: «Più che leadership serve gioco di squadra»

Domenica, 3 Settembre 2006
DS
(g.t.) «In qualche modo le dimissioni ce le aveva anticipate lui stesso, salvo riservarsi il tempo dell'annuncio formale». Non è per nulla sorpreso della decisione di Massimo Carraro il capogruppo dei Ds, Giovanni Gallo. «Dispiace che lasci perchè era un punto di riferimento importantissimo in consiglio regionale, soprattutto nella fase iniziale: dopodiché rispettiamo la sua scelta - aggiunge - Sicuramente mi pare del tutto ingenerosa l'accusa a Variati anche perchè c'è stata una condivisione di tutto il centrosinistra rispetto alle proposte sul federalismo che sono state discusse in interminabili riunioni. Quindi non è giusto attribuire a Variati di tenere bordone a Galan».
«Non mi interessa polemizzare all'interno del centrosinistra - non risponde Gallo alle obiezioni sulla politica di piccolo cabotaggio di qualche consigliere - Mi interessa invece guardare alle cose che possiamo fare, abbiamo cercato di essere presenti su tutto il territorio regionale, di rappresentare al meglio gli interessi del Veneto. Non vedo atteggiamenti di asservimento anche se ci sono punti di vista diversi». E ora a che passerà la leadership del centrosinistra in consiglio regionale? «Credo che dobbiamo fare più un lavoro di squadra che non andare alla ricerca di un nuovo leader: conta di più un progetto, da un lato, e un gioco di squadra, dall'altra, affinché tutti siano protagonisti di un'iniziativa forte». «La situazione in Veneto non è immobile - conclude Gallo - Il rapporto tra centrodestra e centrosinistra sui numeri si è modificato, siamo più vicini e questo trend viene confermato anche dalle ultime elezioni politiche dove abbiamo superato il risultato delle regionali».

venerdì, settembre 01, 2006

Il salvagente-Eni non basta per Salvare il Petrolchimico



Il ministro Bersani giudica insufficiente il piano di rilancio della Dow Chemical
Mestre
È arrivata ieri mattina da Midland negli Stati Uniti la lettera con la quale la multinazionale Dow Chemical Company annuncia la chiusura definitiva dell'impianto Tdi di Porto Marghera. Appena il giorno dopo l'incontro con il ministro per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, è arrivata la conferma delle anticipazioni dei vertici della Dow Italia.
La palla, insomma, passa definitivamente all'Eni, che il ministro Bersani vuole coinvolgere nel salvataggio del Petrolchimico di Marghera e nel rilancio della chimica in tutta Italia.
L'altro ieri, in proposito, l'amministratore delegato Paolo Scaroni ha presentato a Bersani la sua proposta, ma il ministro la ritiene ancora insufficiente, anche se ci ha comunque visto i presupposti per arrivare ad un accordo entro breve tempo. Così ora Scaroni, con il suo staff, sta elaborando un nuovo piano, più dettagliato e più ricco, che presenterà nei prossimi giorni, se non già oggi, entro lunedì o martedì della prossima settimana, visto che Bersani ha già convocato per mercoledì prossimo gli enti locali.
Nella proposta avanzata dall'Eni la parte chimica è troppo secondaria rispetto all'investimento sulla raffineria che il gruppo ha intenzione di rinnovare completamente con un investimento di circa 400 milioni di euro (dei 700 complessivi che intende investire a Marghera). Inoltre le condizioni poste dall'Eni sono giudicate troppo stringenti dal dicastero per lo Sviluppo: se è comprensibile che il gruppo energetico decida di investire sulla chimica a Marghera solo se il ministero dell'Ambiente concederà le autorizzazioni attese per gli impianti di clorosoda e di cvm-pvc, è più difficile da accettare che l'Eni subordini il suo coinvolgimento a quello dell'altra multinazionale, Ineos-Evc, o ad altri fattori. Infine l'impegno a farsi carico dei lavoratori che perderanno il posto in seguito alla chiusura del Tdi di Dow è scritto alla fine del documento, e quindi anche questo dipende dal realizzarsi di tutte le condizioni poste. E questo al ministro non sta bene.
«O si arriva ad un documento dal quale traspaia la convinzione che l'area di Porto Marghera è strategica anche nei programmi dell'Eni, oppure non si va da nessuna parte - ha commentato ieri il presidente della Provincia, Davide Zoggia, dopo un colloquio telefonico con il ministro Bersani - Perché è vero che c'è il problema dei lavoratori Dow da sistemare, ma io starei molto attento anche alla tenuta complessiva del comparto chimico veneziano. Comprendiamo bene il forte interesse di Eni per la raffineria, e lo giudichiamo legittimo, ma la chimica non può essere di risulta».
Lo stesso sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, ieri ha detto che «l'Eni non può pensare di fare solo raffinazione a Marghera, perché deve valorizzare la vocazione industriale, e il Governo deve impegnarsi per mettere uno stop allo smantellamento delle industrie, in atto non solo a Porto Marghera».
Il ministero per lo Sviluppo, ha assicurato ieri Bersani agli enti locali, ha impegnato tutti i suoi uffici per affrontare e risolvere al meglio questa emergenza che, se non risolta, «rischia di produrre un nuovo Caprolattame - ha ricordato infine il presidente Zoggia -: l'impianto dell'Eni è stato chiuso qualche anno fa e qualche centinaio di lavoratori sono ancora in attesa di un altro posto di lavoro».
Elisio Trevisan